Ho già avuto modo di ospitare un ghost post di Emme.Di.Ti. Per chi non ha la più pallida idea di chi sia Emme.Di.Ti., oltre a potersi rileggere il suo primo ghost post, riassumo dicendo che Emme. è un mio carissimo amico che ha alle spalle una notevole carriera di psicologo, le stesse spalle con cui ora, leggendo qui, farà probabilmente spallucce per dare la solita effimera soddisfazione alla sua inguaribile modestia. Stai tranquillo, Emme.: qui compariranno sempre e solo le tue iniziali. 😀
La storia che emerge da questo post riguarda molto da vicino tutti coloro che vivono o hanno vissuto a lungo a C*******. Quindi riguarda anche me e Emme., anche se abbiamo avuto l’enorme fortuna di non aver vissuto le tragedie della guerra sulla nostra pelle.
Almeno non in questa vita.

I dubbi del dottor Emme.Di.Ti.

Ho già parlato in precedenza della mia professione e di come spesso ricorro all’ipnosi regressiva. Pertanto non ripeterò quanto già espresso.
Ribadisco soltanto che il segreto professionale mi impone di non rivelare nessun dettaglio che possa permettere a chiunque di risalire all’identità dei miei pazienti. Come ulteriore scrupolo, riporto sempre le parti più salienti delle sedute.

Nota
In questa storia mi sono servito solo fino a un certo punto delle audioregistrazioni, almeno finché sono state utili. Ho dovuto concludere con un lungo epilogo da parte mia che ho ritenuto opportuno stilare, sia basandomi su sedute precedenti avute con lo stesso paziente, sia dopo essermi accuratamente documentato con diverse fonti storiche inerenti la storia di C*******.

Tra parentesi riporto alcuni appunti presi durante la seduta.

Il volo dell’eroe

“Dove sei esattamente?”

Sono in alto, quasi sento freddo. Mi trovo sul campanile della chiesa di C*******. È buio. Ma non devo osservare nulla dall’alto, devo solo ascoltare. Sto tendendo l’orecchio. Ho paura, molta paura. Spero che il vento non mi porti i rumori tanto temuti. Anche se riconosco che potrebbero salvarci, spero di non doverli mai sentire.

“Quali rumori?”
[Lo chiedo dopo una lunga pausa del paziente. Sta rivivendo la scena, vedo chiaramente i suoi occhi muoversi sotto le palpebre chiuse, come se fosse una fase REM in piena regola. Forse la pausa è dovuta al fatto che sta ascoltando, come se fosse ancora sul campanile.]

I rumori dei carri armati. I tedeschi ormai hanno occupato molte zone qui vicino. Stanno occupando le fabbriche, i granai, i mulini. Ma quello che ci preoccupa sono le voci dei contadini. Alcuni di loro sono arrivati di notte. Chi a piedi tra i campi, chi in bicicletta. Dicono che i tedeschi stanno catturando i giovani per portarli via. Dicono che arrivano con i carri armati al centro delle città.

“Sei nascosto nella chiesa?”

Sono di guardia. Le notizie fino a ieri erano molto confuse. Alcuni dicono che i tedeschi arrivano al mattino presto. Altri dicono che arrivano di notte. Ho suggerito di osservare dal campanile le campagne attorno. I nostri vecchi hanno detto che è una buona idea e mi hanno incaricato di organizzare dei turni di guardia. Sono il figlio del sacrestano, servo la messa, per me è facile controllare l’accesso al campanile. Ma in paese sono preoccupati, dicono che c’è una spia, qualcuno di noi simpatizza apertamente.

[La risposta non è molto pertinente. Ho il sospetto che il paziente non senta le mie domande. Lascio raccontare.]

I nostri vecchi avevano ragione sul mais. Questa è la seconda estate che hanno insistito per coltivare a mais tutti i campi nelle campagne qui attorno. Coltivazione a metà marzo, sempre una varietà di mais precoce. E ora è già alto. Non ce l’hanno detto a noi giovani il motivo, non volevano metterci paura. Ma io l’ho capito ieri. Dal campanile con la luce del giorno, si capisce chiaramente. Il mais cresce alto, arriva fino ai due metri: è più facile scappare dileguandosi per i campi. Anche in pieno giorno. Tutto questo per colpa della spia. I nostri vecchi dicono che qualcuno è andato a M****, al casermone dei crucchi, a raccontare loro che nei paesi qui intorno ci sono tanti giovani da catturare. Per nostra fortuna ci sono solo due strade che da M**** portano a C*******. E passano entrambe da B********. Le uniche due strade attorno alle quali non è stato coltivato il mais. Quindi è facile vedere dal campanile se arriva qualcuno di giorno. Di notte invece occorre ascoltare. I carri armati dei crucchi non hanno luci per illuminare la strada ma fanno rumore. E comunque io sono convinto che si facciano precedere da un camion o qualsiasi cosa che abbia i fanali, oppure…

[Il paziente si interrompe bruscamente e si agita sul lettino. Poi si aggrappa ai bordi.]

Oddio, oddio… No. No!!!

[Si agita. Piange. Sono indeciso se interrompere la seduta. Potrebbe essere questo l’evento che causa i suoi disturbi.]

È caduto, è caduto. Dio mio, è caduto.

[Piange scomposto. Si tiene ai bordi del lettino con forza. Lascio piangere il paziente per aiutarlo a superare questo blocco emotivo.]

Ernesto, non ci posso credere. È Ernesto. Mio cugino Ernesto. Perché ha tentato di spingermi giù dal campanile? Perché?

[Il paziente riprende a piangere. Capisco che nel rivivere quel tragico evento deve essere sceso dal campanile per avvicinarsi alla persona caduta dall’alto.]

“Cosa succede?”
[Il paziente piange, è sconvolto. Segue una lunga serie di frasi sconnesse che mi è difficile riportare con ordine ed esattezza. Molte di esse sono in dialetto.]

La seduta è terminata.
È stata davvero molto impegnativa. Mi consola il fatto che il blocco emotivo sia stato sciolto.
Dopo essermi documentato con fonti storiche dell’epoca, credo di poter mettere insieme quanto emerso nelle ultime sedute con il paziente (che d’ora in poi indicherò con P., la P. di paziente, ma anche la P. di pover’uomo, sapendo quel che ha sofferto) e di poter riassumere meglio come segue.

Giugno 1944, C*******, paesino alle porte di Milano. Siamo in guerra, il Nord Italia è occupato e prende piede la Resistenza. Non mi dilungherò oltre: basti sapere che il paese di C******* è sospettato di essere un covo di partigiani. E di armi.
Dal racconto di P., poco meno che trentenne, è emerso che mentre questi era sul campanile una notte, quella notte di cui egli stesso ha raccontato, qualcuno ha tentato di buttarlo giù. Nel buio e nella concitazione del momento, P. si è aggrappato a qualcosa, forse alla balaustra, e nel farlo si è istintivamente spostato di scatto per evitare la caduta. Ernesto, questo il nome del suo attentatore, deve aver perso l’equilibrio cadendo a sua volta nel vuoto.
Passano parecchi minuti prima che P. riesca a riprendersi dallo shock. Shock che si è ulteriormente acuito quando, trovate le forze per scendere le scale, si è accorto che quella persona, ormai inerme, supina e scomposta sotto al campanile, è Ernesto, un suo cugino che doveva dargli il cambio della guardia due ore dopo. P. non riesce a darsi una spiegazione per quel gesto. Lo capirà con grande sgomento solo il giorno dopo. Intanto la canonica è deserta perché il prete e la perpetua sono via. Nessuno accorre quindi in suo aiuto. P. deve aver passato almeno un’ora accanto al cadavere di Ernesto, incapace di prendere qualsiasi decisione sul da farsi.
Dal suo racconto sconnesso durante l’ultima seduta di ipnosi, questo è solo il tragico inizio della vicenda. P. scappa e passa la notte nascosto in un granaio, in una cascina nei dintorni, incapace di darsi pace. Scosso da quell’evento, dimentica totalmente il motivo per cui era sul campanile. Il giorno dopo, quindi, il suo trauma psicologico si aggrava ulteriormente quando vede i tedeschi in paese, nel centro della piazza di C*******. Vede tanti uomini e ragazzi, molti più giovani di lui, raccolti davanti alla chiesa, sotto la minaccia delle armi. P. capisce in un lampo quel che sta accadendo. Riesce fortunosamente a riguadagnare l’aperta campagna. E fugge, fugge via. Fugge correndo per i campi di mais, nascosto dal raccolto già alto. I vecchi avevano ragione. Fugge finché sente i tedeschi con i loro cani lontani a sufficienza. In quel tragico giorno di guerra i tedeschi deporteranno 96 giovani. Li porteranno via, a M****, poi a Milano, Verona e infine in Germania. P. si salva ma per lui sarà una ben magra consolazione. E anche se il buon Dio deve aver avuto un occhio di riguardo per quelle vicende – tutti i 96 giovani, con la fine della guerra, faranno ritorno a casa – P. vivrà per anni con un peso enorme sulla coscienza: il peso del mancato allarme, nonostante il tentativo di sabotaggio subito.
Ne resterà segnato a lungo, con quel senso di colpa per essere stato incapace di evitare così tante sofferenze alle famiglie di C******* che con orrore si son viste strappare figli e nipoti.
Ernesto dunque era la spia, sapeva dell’arrivo imminente dei tedeschi. Questa è l’unica spiegazione del suo infame gesto.
Per ironia della sorte, proprio quest’ultimo passerà alle cronache locali come vittima innocente, come eroe assassinato da ignoti per impedire l’allarme.
In pochi attimi, gli attimi di un volo accidentale, l’antieroe era così diventato l’eroe.
E colui che doveva essere il salvatore – P. – era diventato il salvato.
Il destino era stato beffardo, la Storia ingrata.
P., già orfano di madre, rimarrà senza padre pochi giorni dopo quella tragica notte, in seguito ai bombardamenti vicino a Milano.
Triste, provato e costernato, non si riprenderà più. Passa il resto dei suoi giorni senza famiglia, in una depressione senza fine, incapace di scrollarsi di dosso quel terribile peso.

Ancora una volta una seduta di ipnosi regressiva mi ha restituito una pagina di storia vivida e tremenda, che mai nessuna cronaca potrà raccontare.
Il segreto professionale mi impedisce di dire altro: basti sapere che il paziente sotto ipnosi è nato molto tempo dopo la fine della guerra ed è venuto a me per risolvere i suoi problemi di ansia, depressione, rabbia repressa e sensi di colpa. E anche per i suoi attacchi di panico, che sopraggiungono ogni volta che sente i cani abbaiare in lontananza: il suo inconscio rivive forse quella fuga tra i campi.
Ha vissuto l’adolescenza con una certa irrequietezza perché i genitori l’hanno costretto a lungo ad andare a messa la domenica.
A messa nella chiesa di C*******, proprio all’ombra di quel campanile.

 

(C) 2017 – Darius Tred

4 thoughts on “Il volo dell’eroe

  1. Senti ma….tu e Emme.Di.Ti. vi siete già accordati per spartire gli incassi? 😀
    Potresti creare un nuovo filone narrativo (o c’è già pure questo?)
    Io sto invece sviluppando l’insana curiosità di cosa potrebbe rivelare una mia seduta di ipnosi….




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    1. Io e Emme.Di.Ti abbiamo diversi accordi che ci legano. Mi spiace solo che non sia una gnocca coi tacchi a spillo (invece è basso e pelato 😀 😀 😀 ).

      No, al filone narrativo non ci stiamo pensando. Neanche a un libro a due, se è per questo… Anche se una mezza idea la potremmo già avere (pensa come siamo messi: una mezza idea in due cervelli, non saprei quale cervello strizza l’altro 😀 )

      Per ora ci accontentiamo della simbiosi: lui si sfoga, io prendo spunto dai suoi racconti. L’unica cosa che faccio, oltre a ospitarlo è rimuovere i riferimenti. Tipo: per questo ghost post ho asteriscato i nomi delle località (i nomi dei pazienti non li dice nemmeno a me, ovvio).

      In merito all’ipnosi ti consiglio seriamente di non farlo, a meno che non sia strettamente necessario.




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  2. A me l’ipnosi terrorizzerebbe, però… in effetti, qua escono fuori racconti vividi, testimonianze uniche. Chissà quante ne ha viste il dottor Emme, altroché raccolta di racconti uscirebbe!




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    1. Con l’ipnosi di storie ne escono tante. Molte sono “ordinarie” (virgolette d’obbligo). Altre sono veramente singolari. Alcune davvero hanno evoluzioni assolutamente insospettabili.
      Ne uscirebbe sì un’interessante raccolta di racconti. Il problema è convincere Emme. 😀




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