Oggi ospito per la prima volta il ghost post di un mio carissimo amico, nonché psicologo, psichiatra, psicoterapeuta eccetera eccetera. Siamo amici di lunga, lunghissima data e so che lui apprezzerà molto il mio “eccetera eccetera”, estrema sintesi della nostra amicizia: sottintendere un sacco di cose che capiamo sempre al volo (e ridere allegramente delle avventure più goliardiche nate dai malintesi…). Tra poco si potrà capire perché si tratta di un ghost post (e non di un guest post). Può sembrare strano ospitare su un blog “letterario” – anzi: su un retroblog non-letterario – lo scritto di uno strizzacervelli.
Ma l’avevo promesso: anche loro (gli strizzacervelli, dico), ogni tanto hanno bisogno di sedersi sul lettino e di parlare. Anche loro hanno bisogno di qualcuno che li ascolti, che li psicanalizzi. Il fatto che quel qualcuno (in questo caso io) non capisce un tubo di “pissicologia”, be’, in certi casi è un dettaglio del tutto trascurabile 😀 . Non importa se la cosa migliore che riesce a fare quel qualcuno è allungare il secchiello di pop-corn e la birretta ghiacciata.
Cos’è l’amicizia se non avere qualcuno sempre pronto ad ascoltarti?
Come si potrà capire in seguito, non posso dare i riferimenti del mio carissimo amico. Altrimenti non sarebbe un ghost post. Inoltre mi toglierebbe il saluto, visto che violerei i patti.
Quindi bisogna accontentarsi delle sue iniziali: Emme.Di.Ti.
Ma soprattutto occorre accontentarsi dei suoi racconti perché, per quanto possano sembrare bislacchi, sono assolutamente reali. In passato ho estrapolato molti spunti narrativi dalle serate passate con lui.

I dubbi del dottor Emme.Di.Ti.

La mia professione mi impone il massimo riserbo sulle sedute che svolgo con i miei pazienti. Ovviamente intendo continuare a mantenere tale riserbo nella maniera più assoluta, anche perché alcuni casi clinici sono davvero estremi e mi obbligano a ricorrere a tecniche di ipnosi regressiva. Per chi non lo sapesse questa pratica non è particolarmente ben vista dagli ambienti accademici in quanto non esistono studi accertati che ne attestino la reale efficacia. Essa è ritenuta “non ortodossa”, poco professionale, del tutto priva di fondamenti scientifici. Tuttavia i pazienti sui quali l’ho applicata – tutti, nessuno escluso – ne hanno tratto concreti benefici. E vi assicuro che non sono l’unico a praticarla. Come in tutte le terapie, però, sono emersi effetti collaterali. Cominciano infatti a essere numerose le sedute che destano in me molte perplessità, non tanto in merito all’efficacia dell’ipnosi regressiva – che reputo, a ragion veduta, uno degli strumenti più potenti a disposizione della scienza moderna per indagare a fondo la psiche – quanto alle realtà che emergono durante le sedute stesse, realtà che fanno da sfondo ai racconti riportati dai soggetti sotto ipnosi.

Ho deciso di tenere traccia di alcune di esse nel tentativo, spero non vano, di fissare le idee e di focalizzare la mia attenzione sui punti più controversi, quelli che non riesco a tenermi dentro e i cui quesiti mi tormentano. Indagando la mente umana, non mi aspettavo di indagare anche la Storia. Scriverne apertamente mi potrebbe aiutare, se non altro, a riordinare i pensieri. È consigliabile infatti tenere ben presente che lo stato ipnotico in cui cadono i pazienti durante la trance impedisce loro di mentire nella maniera più assoluta.

Nota
Nel trascrivere i passaggi audioregistrati, ho pensato di mantenere inalterato il racconto dei pazienti sotto ipnosi. Pertanto tutto ciò che, leggendo, può sembrare incoerente, fuorviante o addirittura scorretto in termini di sintassi, tempi, a volte persino grammatica, è esclusivamente dovuto alla mia scelta di preservare il più intatto possibile ogni racconto riportato. Altri passaggi, al contrario, possono apparire troncati e privi di senso per via dei miei interventi, atti a garantire il mio anonimato e quello del paziente.
Le mie domande sono volutamente telegrafiche ed essenziali perché è buona norma lasciare che il paziente sotto ipnosi parli apertamente senza troppe interruzioni. Tra parentesi quadre, infine, riporto alcuni dettagli che ho ritenuto utile annotare.

La brocca di Emmaus

“E quando accade di solito?”
[Lunga pausa, poi un sospiro. Il paziente ha gli occhi chiusi ed è molto rilassato.]

La notte, quando cala il silenzio. Di solito è in quei momenti che i ricordi si affinano. La mente si rilassa. Prima del sonno, quell’impalpabile velo tra il presente e il passato si fa sempre più sottile. Il buio permette ai colori delle vite passate di ravvivarsi. E gli anni, i decenni e i secoli si dissolvono.

“E cosa provi?”

Sento l’aria frizzante di quell’antica primavera tornare in tutta la sua tiepida essenza. Chiudo gli occhi e mi rivedo là, su quel sentiero. Emmaus è ancora distante ma riusciamo già a vedere le prime luci che punteggiano il crepuscolo dalla collina su cui sorge. Il sole è tramontato lasciandosi dietro un chiarore pallido mentre la luna è già padrona del cielo. Io e Jozeah camminiamo assorti. La gola secca ci toglie la voglia di parlare. Forse ci siamo già detti tutto e non desideriamo altro che un giaciglio per riposarci. Davanti a noi altri due viandanti camminano decisi e discutono vivacemente. Anche loro sono chiaramente diretti a Emmaus. Sono troppo distanti, non possiamo udire le loro voci ma i loro gesti sono abbastanza eloquenti. Difficile dire se stiano litigando. Di certo parlano in modo concitato, forse goliardico. Un piccolo sasso mi si infila nel sandalo e mi costringe a fare una pausa. Jozeah avanza di pochi passi e si volta ad aspettarmi. Ne approfittiamo per dissetarci. Mentre porgo la brocca al mio compagno vedo il suo sguardo perplesso: i viandanti davanti a noi sono più lontani.
Ma non sono più solo due. Sono diventati tre.

“Tre?”

Sì, tre. I due che ci precedono non si sono ancora accorti di una nuova presenza alle loro spalle.
Io e Jozeah ci guardiamo negli occhi. La piana quasi deserta nella quale stiamo camminando da ore non ha altri sentieri al di fuori del nostro. Nessuno ha incrociato i nostri passi per tutto il pomeriggio. Non capiamo da dove può essere arrivato quell’uomo.
“Affrettiamoci, Jozeah” gli dico.

“E poi?”

Emmaus ci accoglie quando le prime stelle già brillano. La collina, che si erge sulla piana con i suoi docili pendii, offre una frescura serale molto piacevole. Palme e alti arbusti gettano le loro lunghe ombre sotto il chiarore lunare. Le case sparse qua e là sono animate dalle luci dei focolari e dalle voci della sera. Stiamo cercando una locanda per riposarci. L’aver accelerato il passo ci permette di avvicinarci alla stessa locanda in cui sono entrati i tre viandanti. Varcata la porta del villaggio, eravamo loro così vicini da udire le loro voci. Parlavano di quanto accaduto a Gerusalemme. Mentre ci avventuriamo tra i vicoli, facciamo il nostro secondo incontro. Lo ricordo come fosse ieri. Il pellegrino ha il volto coperto da un turbante ma lo riconosciamo subito dalla sua tunica. È blu. Un blu intenso. Di fattura fine, con fili dorati che s’intrecciano a ricami sapientemente cuciti. Conduce una bestia da soma, che cammina docile tenuta per le redini. E si ferma davanti alla stessa locanda a cui siamo diretti, la stessa in cui sono entrati i tre che ci precedono. Si ferma e resta in attesa.
Jozeah lo riconosce subito e richiama la mia attenzione.
Il pellegrino porta un anello che pare essere d’argento. La luna lo fa brillare tra le dita abbronzate dal sole del deserto. Il nostro primo incontro con quel pellegrino era avvenuto la settimana prima, a Gerusalemme. La città era in festa per l’imminenza della Pasqua. Quell’uomo, che ora ritroviamo lì davanti ai nostri occhi a Emmaus, in quei giorni prima di Pasqua era giunto a noi con una brocca d’acqua, la stessa che ora è in nostro possesso. “Il nazareno vi manda due discepoli per la sua ultima cena. Date loro quel che chiedono”. Parole per noi enigmatiche. Ma prima che potessimo chiedere spiegazioni, sopraggiunsero a noi due uomini che solo dopo avremmo riconosciuto come Simon Pietro e Giovanni: chiedevano ospitalità per quella stessa sera. Al loro arrivo, il pellegrino con la tunica blu si era congedato con grande maestria. La sua comparsa era stata talmente fugace e surreale che io e Jozeah pensammo a una visione, se non fosse stato per la brocca che ci aveva lasciato. Una brocca prodigiosa. Mi chiedo se quell’uomo con la tunica blu non sia tornato sulle nostre tracce, lì a Emmaus, per riaverla.

“Parlami della brocca.”
[Altra pausa, respiro affannoso, espressione del volto apprensiva.]

La brocca era pregevole, diversa da quelle fatte in città. Conosco molti mercanti, alcuni che vengono da molto lontano. Mai nessuno aveva portato oggetti simili nei nostri mercati per le vie di Gerusalemme. La sera della cena non avevamo dato molta importanza alla brocca dimenticata. Ci siamo limitati a preparare la sala come richiesto dai due seguaci. Avere lì il nazareno per noi era motivo di grande apprensione, la sua fama era controversa. Quella circostanza, così repentina, ci aveva quasi fatto dimenticare l’uomo con la tunica blu anche se la brocca, inspiegabilmente, era finita sulla tavola durante il pasto. Lo stesso nazareno l’aveva usata. Poi…

“Poi?”

Poi gli eventi si sono susseguiti senza sosta. La cena del nazareno è stata molto strana. Io e Jozeah eravamo in disparte, ci limitavamo solo a servire. Abbiamo sentito discorsi molto strani, scambi di parole che non abbiamo compreso. Vi erano molte donne a cena, preoccupate. Poi una di loro si è alzata e i commensali si sono agitati molto. Infine un seguace se ne andò in accordo con il nazareno. Anche in città c’era una certa agitazione. Io stesso vedevo dalla finestra alcune guardie del Sinedrio.

[Il paziente divaga riportando a volte frasi sconnesse. Infine fa una pausa. Poi riprende.]

La brocca la sera della cena era inspiegabilmente colma. Io e Jozeah eravamo sicuri che fosse rimasta vuota dopo che tutti se ne servirono. Era colma di acqua fresca. Ma in quel momento non avevamo dato molta importanza a quel fatto strano, non eravamo in grado di capire. Seguirono giorni drammatici a causa del nazareno. Il suo arresto, la sua condanna in piena notte, la tortura. Tutto avvenuto contro la nostra legge. La città era in subbuglio, le guardie del Sinedrio la percorrevano senza sosta e intimidivano tutti coloro che avevano avuto a che fare con lui. Le autorità romane erano infastidite oltremodo, molti soldati caddero dai cavalli imbizzarriti, le nostre bestie erano ingovernabili. Alcune di esse ruppero i recinti e presero a invadere le vie della città. E il giorno dopo ci fu una strana eclissi, poi una tempesta dal deserto. E infine un terremoto. Furono tutti questi eventi a innervosire gli animali. Loro li sentivano imminenti. Poi cominciarono le persecuzioni.

“Le persecuzioni?”
[Il paziente deglutisce e appare agitato.]

Il corpo del nazareno è scomparso. Le guardie del tempio sono violente e spietate, cominciano a seviziare tutti quelli che lo hanno incontrato. Vogliono sapere dove è stato nascosto. Ma i suoi seguaci si sono dispersi. Nicodemo, uomo giusto, fa sapere tramite i suoi fidati servi di abbandonare la città per qualche tempo. Emmaus, Magdala e Arimatea. Là saremo al sicuro, fa sapere. Io e Jozeah decidiamo di raccogliere le nostre cose. E ci incamminiamo verso Emmaus. Nella concitazione del momento, abbiamo portato con noi anche la brocca.

[Il paziente si rilassa. Riprende a raccontare di Emmaus.]

Emmaus dista tre giorni di cammino da Gerusalemme. È durante questo cammino che ci rendiamo conto del prodigio legato alla brocca. Ora che rivediamo il pellegrino con la tunica blu, io e Jozeah ci chiediamo se anch’egli è al corrente di tale prodigio. Scopre il suo capo e scioglie il turbante. La lieve oscurità della notte mitigata dalla luna non ci impedisce di vedere il suo viso abbronzato, la sua espressione è seria. Ma non ci è ostile. Capiamo che anche lui ci ha riconosciuto, il suo silenzio è carico di attesa. Dalla locanda infine esce un uomo. Lo riconosciamo subito. E rimaniamo alquanto stupefatti. Egli conversa con il pellegrino dalla tunica blu. Poi, con nostro grande stupore, rivolge a noi la parola.
“Avete bevuto della brocca?”
Il nostro timore ci permette solo un timido assenso. L’uomo coglie comunque la nostra risposta e la sua espressione si scioglie in un sorriso accogliente.
“Allora siete miei amici. Io sono Nicodemo. Entrate, vi sta aspettando.”
Rivolto al pellegrino dalla tunica blu, Nicodemo raccomanda prudenza. “Preparati. Questa notte dovrai condurlo a Magdala. Ci ritroveremo ad Arimatea.”

[Il paziente si rilassa di nuovo. Piange felice. Parla a lungo una lingua sconosciuta. Un amico linguista, al quale ho inviato l’ultima parte di questa registrazione, mi ha confermato che si tratta di aramaico antico. Mi ha chiesto la provenienza, dal momento che non riesce a tradurre per via di alcune forme idiomatiche molto arcaiche.]

Postilla.
Il paziente ha lasciato da tempo il mio studio. Ma non i miei pensieri. Nel corso della seduta, l’ipnosi regressiva gli ha permesso di regredire nei suoi ricordi subconsci più remoti. Quello che mi lascia alquanto perplesso è l’estrema longevità pregressa di questa sua regressione. Non ho rilevato nessun trauma di passaggio (per inciso: nessuna morte, nessuna nascita). È la prima volta che mi accade. Lui non lo sa. Mi chiedo se ciò sia legato in qualche modo alla brocca e al suo non meglio precisato “prodigio”.

4 thoughts on “La brocca di Emmaus

  1. Questo post è spiazzante.
    Mi ha divertito e fino alla fine mi sono detta: “aspè, ora Darius monta un colpo di scena coi fiocchi.”
    Adesso, a esperienza conclusa, dopo essermi fatta una risata, mi sono detta tutta seria: “ma che, davero vero?” 😳😁




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    1. Davero vero?
      Davero vero.

      Emme.Di.Ti. ha sempre confermato. Io, che lo conosco di persona, posso solo confermare che non si sognerebbe mai di inventarsi tutto di sana pianta.

      È tutto vero il discorso che ha premesso (ipnosi regressiva, non riconoscimento ufficiale da parte della scienza “accademica”, ecc…). Esistono diversi (più o meno sedicenti) “esperti” (virgolette d’obbligo) in regressione alle vite passate. Poi il crederci o meno, è facoltà di ognuno.

      Lui che è del mestiere non si pone questo problema. Il suo cruccio non è quello che gli viene raccontato dal paziente di turno, quanto il palcoscenico storico che spesso ci sta dietro.

      È un po’ come se tu mi incontrassi per strada: ti fermi a salutarmi “Ciao, come va? Tutto bene?” e mentre io rispondo vedi passare Brad Pitt alle mie spalle.
      Tu che fai? Resti lì a parlare con me? 😀
      Verresti distratta da quel che accade alle mie spalle…

      Ecco, questa è la posizione di Emme.Di.Ti.
      Con l’aggravante che lui è vincolato al segreto professionale.




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  2. Uhm.
    Primo pensiero: “Senti Darius, ma anche tu ogni tanto cambia canale…smettila con Dmax e Focus!” 😛
    Ma poi… da qualche parte sento che tutto è possibile. Anche se non lo possiamo spiegare.




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    1. Ah ah ah 😀 😀 😀

      Anche io ogni tanto salto fuori con Focus quando mi racconta le sue storie.
      Emme.Di.Ti. s’incazza: “vafanggg@lo te e Focus” mi dice…
      Me lo dice in senso buono, s’intende. A suo dire Focus è un po’ superficiale (sia il canale che la rivista). Ogni tanto trattano argomenti interessanti ma non approfondiscono mai. E poi hanno troppo il tono sensazionalistico.




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