Riordinando i miei siti, mi sono imbattuto in un vecchio post che avevo scritto tempo fa. L’avevo scritto in un contesto che, onestamente, non ricordo più con esattezza. Nel rileggerlo mi sono stupito di come sia ancora attuale. L’avevo intitolato “Le regole del gioco” e ho deciso di riproporlo mantenendone inalterato il titolo.

Parlerò di Google, e lo farò semplificando parecchio i passaggi (quindi non me ne vogliano gli addetti ai lavori per la troppa semplificazione).
Vi siete mai chiesti come funzionavano i motori di ricerca prima di Google?

Prima di Google i motori di ricerca erano a pagamento. Naturalmente i navigatori di internet che cercavano informazioni, potevano farlo gratuitamente: si apriva il browser, si andava su un sito di ricerca e si inserivano le parole di interesse, esattamente come si fa ora con lo stesso Google.

E chi pagava quindi? Semplice: pagava chi voleva essere trovato. Facciamo un esempio pratico. Io sono un produttore di vini. Se quindici anni fa (agli albori di internet, per intenderci) volevo che il mio sito web fosse visibile ai miei potenziali clienti, dovevo rivolgermi a una società che gestiva un motore di ricerca web e fornirle periodicamente una serie di informazioni relative ai miei prodotti, ai miei servizi, ai miei contatti e così via.
Quindi io, produttore di vini, pagavo un motore di ricerca affinché mi rendesse visibile ai naviganti della rete che naturalmente navigavano gratis.

A quei tempi, questo processo era normale: la manutenzione dei database aveva (ha tuttora) costi non indifferenti e questi costi, in sostanza, venivano coperti dai canoni pagati da chi voleva essere trovato sul web.

C’era però una grossa pecca: non tutti erano disposti a pagare per far trovare il proprio sito. Alcuni contavano sulla “ovvietà” del proprio nome (ad esempio: la BMW dava per scontato che il potenziale cliente trovasse facilmente il suo sito digitando www.bmw.com); oppure non tutti erano disposti a pagare e preferivano farsi pubblicità off-line tramite brochure e biglietti da visita dove, tra i contatti, veniva indicato anche il sito web. Ne conseguiva che i motori di ricerca “antichi” non elencavano esattamente tutto ciò che esisteva in internet ma solo quella parte che era disposta a pagare per farsi trovare: una buona fetta della rete restava quindi fuori, non “raggiunta” dai motori di ricerca.

Un bel giorno qualcuno ebbe un’idea tanto semplice quanto geniale: “Aboliamo il lavoro manuale (a carico di chi vuole farsi trovare sul web) e facciamo in modo che venga svolto da un algoritmo in grado di scansionare automaticamente un sito web e di catalogare le informazioni che contiene”.
Poi, non contento, questo qualcuno ha pensato: “Facciamo in modo che l’algoritmo non solo sia automatico, ma anche autonomo e funzionante ventiquattr’ore su ventiquattro in modo che scandagli senza sosta tutti i siti web esistenti, così che i nostri database siano aggiornati in brevissimo tempo non appena un sito web viene creato, senza aspettare che ci venga segnalato manualmente”. Scacco.
E, ancora non contento, questo qualcuno infine aggiunse: “Facciamo in modo che il processo sia totalmente gratuito”.
Scacco matto.

Risultato? Il nuovo motore di ricerca non solo ha reso automatico, gratuito e, soprattutto, efficiente il reperimento e la ricerca delle informazioni. Ma ha permesso di elencare in maniera pressoché “onnisciente” (perdonate l’esagerazione) tutti i siti che esistono, includendo quindi quella fetta di internet costituita dai siti web di coloro che non erano disposti a pagare per farsi trovare.

L’aspetto interessante è che questo qualcuno, pur essendo arrivato sul “mercato” dei motori di ricerca molti anni dopo la nascita del web, ha cambiato totalmente le regole del gioco.
Questo qualcuno, se ancora non l’avete capito, era uno dei fondatori di Google.

Quello che è successo in seguito, è storia recente degli ultimi anni: Google è diventato IL motore di ricerca per antonomasia e ha rivoluzionato con la sua filosofia la nostra vita digitale, con buona pace delle vecchie società che gestivano i motori di ricerca antecedenti, il cui modello di business è stato inesorabilmente spazzato via. E’ chiaro: ai tempi in cui Google muoveva i suoi primi passi, i suoi detrattori guardavano con sospetto il “nuovo” e credevano di vedere un sacco di criticità, a partire dal fatto che “facendo tutto gratuitamente” non vi erano sufficienti margini per sopravvivere economicamente.
Come si può vedere ogni volta che si naviga in internet, Google è riuscito a sopravvivere economicamente e direi che lo ha fatto piuttosto discretamente… 😀
Fine della storiella.

Quando ripenso a questa storiella, non so come mai, mi viene in mente la stessa diatriba del self-publishing sbeffeggiato da coloro che osannano più o meno velatamente le case editrici.
Ci sono delle analogie tra la storia di Google e la storia (ancora giovane) del self-publishing? Oppure sto prendendo un grosso abbaglio?
Da che mondo è mondo, ogni volta che qualcuno tenta di cambiare le regole del gioco, incontra ogni tipo di resistenza da parte di chi è abituato a giocare da protagonista.
Naturale: non sempre chi gioca è disposto a rimettersi in gioco.

Il caso ha voluto che oggi, mentre leggevo una rivista di divulgazione scientifica, un articolo catturasse la mia attenzione: “L’accesso al sapere scientifico”. Ecco un primo brano:

“L’editoria scientifica è un settore in cui le regole del mercato non funzionano: una biblioteca non può decidere che “Nature” è meglio di “Cell” e abbonarsi solo alla prima: i ricercatori devono poter accedere a tutta la letteratura per poter rimanere aggiornati. L’ “Economist” rileva che i principali editori scientifici si permettono margini di profitto enormi, del 30-40 per cento. Il giro d’affari complessivo è stimato […] in 10 miliardi di dollari. […] Nel 2012 Harvard – non certo un’università povera – è stata costretta a tagliare abbonamenti. […] Finché non è entrata in scena Internet.”

Ma forse, più che internet, direi “finché non è arrivato qualcuno a cambiare le regole del gioco”. Ecco un altro brano.

“Nel 1991 l’allora giovane fisico Paul Ginsparg, del Los Alamos National Laboratory, decide di semplificare la vita ai propri colleghi: mette su un piccolo server – che diventerà poi il sito arXiv.org – su cui raccogliere i preprint (articoli scientifici, ndr), in modo che tutti potessero accedervi. ArXiv esplode oltre ogni immaginazione […]. I fisici si rendono conto subito di come e quanto Internet possa liberare lo scambio di informazioni scientifiche, non a caso al Cern di Ginevra nasceva nello stesso periodo il World Wide Web. Un server amatoriale poteva scavalcare le barriere – economiche e temporali – dell’editoria.”

E’ interessante un ultimo dettaglio.

“Anche se ArXiv scavalcava i modelli di pubblicazione tradizionali, non intaccava profondamente il ruolo degli editori. Quasi sempre i preprint sono in seguito inviati alle riviste, per essere considerati pubblicazioni a tutti gli effetti. Oggi comunque ArXiv riceve più di 100.000 preprint all’anno, ed è diventato imprescindibile per restare aggiornati in fisica e matematica. Scoperte importanti sono state pubblicate esclusivamente su ArXiv. […]. Altre discipline stanno imitando l’esempio: BioRxiv è un archivio analogo per le scienze biomediche, fondato nel 2013.”

Che dire? Corsi e ricorsi storici.

7 thoughts on “Le regole del gioco

  1. C’era una volta Google, che registrava i nostri siti e li mostrava a chi li cercasse in cambio di niente. Una piccola manica di filantropi, che con il solo obbiettivo comune di rendere un servigio all’Umanità pagavano milioni e milioni di dollari tutti gli anni per far funzionare una macchina immensa, fatta di migliaia di server e ingegneri deputati al loro funzionamento…
    E vissero tutti felici e contenti.




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    1. Be’, sulla “piccola manica di filantropi” potrei essere d’accordo. Sul fatto che “pagavano milioni e milioni di dollari tutti gli anni”, forse all’inizio. Ora i milioni li guadagnano. E tutto grazie a quell’idea geniale che ho brutalmente tratteggiato nel mio post. 😀




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  2. Beh, c’era quello che al telefono con Steve Jobs gli rispose: “Un computer? Ma che cosa me ne dovrei fare di un computer a casa??” o quell’altro che rispose a Bill Gates: “Finestre? Finestre disordinate che si aprono sullo schermo??”
    E’ sempre un’idea stupida, finchè qualcuno non ci fa i milioni.
    Comunque, Google non è gratuito, il costo è nella nostra mancata privacy di navigazione e negli strumenti pagati dalla aziende per essere ai primi posti o pubblicizzati a lato. 😉




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    1. Nel mio post ho parlato, sottolineo sommariamente, dell’idea chiave di Google (quella che ha stravolto il concetto di motore di ricerca). Poi su questa idea ci ha costruito sopra l’attuale impero. I suoi servizi sostanzialmente sono gratuiti, poi ci sono tutte le versioni a pagamento: GMail e Google Drive sono gratis fino a 15 giga, lo spazio aggiuntivo lo devi pagare. Google Maps è gratis ma vedi le mappe di un anno fa (se non ricordo male): se vuoi le mappe di ieri o l’altro ieri (cioè all’ultimo passaggio dei satelliti) devi pagare. Solo per citare (sempre sommariamente) i servizi più noti.

      Le aziende che pagano, come immagino saprai, pagano appunto per essere in prima pagina secondo certe parole di ricerca. Ma in sostanza il posizionamento organico (cioè quello fatto dagli algoritmi di Google) resta gratuito.

      Quanto alla privacy, che non è monetizzabile, concordo sul fatto che sia un costo da parte nostra.
      Ma qui si aprirebbe un discorso (filosofico) a parte: io la vedo come una sorta di baratto… 😀




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      1. Ok sul baratto, sono d’accordo, ma il baratto non è gratuito. 😉
        Sul paragone con il mondo self mi chiedo: chi fa (o farà?) il ruolo di Google? Amazon? Però Amazon vende anche libri delle case editrici tradizionali, un conflitto di interessi non da poco.




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        1. No, il baratto non è gratuito: infatti concordo con te che è un costo a carico nostro.

          Sul paragone con il mondo del self poni una domanda interessante.
          Purtroppo io non saprei rispondere… 😛

          Il mio intento non era tanto fare un paragone quanto notare che quando qualcuno decide di cambiare le regole del gioco, è naturale che venga osteggiato. Indipendentemente dalla bontà delle nuove regole. Ho notato questa prassi anche nell’articolo che ho citato in merito all’editoria scientifica.
          Volendo ben guardare, si potrebbe allargare la visuale su una miriade di altri ambiti ma si rischierebbe di vedere GOMBLOTTI ovunque… 😀 😀 😀

          Omeopatia o allopatia?
          Energia fossile o energia rinnovabile?
          Tesla o Edison? (questa è sottile… 😀 )




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