Sono passate due settimane dall’ultima volta che mi sono trovato con Emme. Impegni vari di vita quotidiana ci hanno impedito di uscire il venerdì sera per fare due chiacchiere. Ragion per cui, ieri sera, abbiamo deciso di recuperare il tempo perso con una pizzata. La pizza è stata un po’ dura da digerire (ci siamo dati appuntamento in pizzeria alle 23.30, dove ho avuto l’ardire di ordinare una pugliese, specificando pure di avere cipolla rossa…) ma ne è valsa la pena. Il racconto che segue, infatti, è un po’ diverso dai ghost post precedenti. E questa volta devo dire che il termine inglese “ghost” è più che mai azzeccato.

Settecento istantanee

Questa volta l’ipnosi regressiva è servita ben poco. Tuttavia mi ha spalancato un mondo. Anzi: diciamo che mi ha fatto intravedere più da vicino un mondo che credevo di conoscere, almeno a livello teorico. Ma ancora una volta la teoria si è dimostrata molto lontana dalla pratica. Darius dirà che “ancora una volta la realtà ha superato la fantasia”, lo conosco: altrimenti non mi avrebbe convinto a scrivere di nuovo con parole mie quanto accaduto. Prima di arrivare al nocciolo della questione, è utile fare un passo indietro e parlare della seduta. Non ho dialoghi da riportare questa volta, ma solo una relazione, benché riassunta.
La seduta che sto per descrivere era l’ultima di una lunga serie di incontri andati a vuoto, incontri durante i quali il paziente, in sostanza, cadeva sì sotto ipnosi ma, pur restando in qualche modo “vigile”, aveva un blocco di silenzio che non sono mai riuscito a risolvere, un silenzio durante il quale le mie domande cadevano letteralmente e sistematicamente nel vuoto. Ci sono stati giorni in cui ero deciso a gettare la spugna, incapace com’ero di indagare oltre.
Fino a quando il caso non ha voluto farmi portare in studio la macchina fotografica digitale.

Non ne avevo alcun bisogno, in realtà: dovevo solo stampare alcune foto, piccola incombenza che mi ero prefissato di svolgere al termine della giornata di lavoro. E così, in modo del tutto fortuito, la macchina fotografica, appoggiata sulla mia scrivania, è rimasta tutto il pomeriggio rivolta verso il lettino durante l’ultima seduta.

Nel tardo pomeriggio, prima di lasciare lo studio mi sono apprestato a fare quel che dovevo con le mie foto. E proprio in quel momento ho fatto la mia singolare scoperta: oltre alle foto che dovevo scaricare per la stampa, ne ho trovate altre.
Molte altre. Diverse decine, tutte molto simili.
Con mia grande sorpresa, ritraevano proprio la seduta di quell’ultimo pomeriggio. E osservandole mi rivedevo lì, sulla mia poltroncina accanto al paziente, del tutto ignaro di quel che stava accadendo, ovvero del fatto che qualcuno stesse scattando fotografie. Qualcuno… o qualcosa.
Il mio rigore scientifico mi impedisce anche ora di credere a qualsiasi fenomeno soprannaturale. Ma purtroppo l’evidenza era schiacciante. Avevo sotto gli occhi prove tangibili. Eppure ero certissimo – nella maniera più assoluta – che nessuno fosse entrato nel mio studio durante la seduta.

Sono rimasto con la mente sospesa per diversi minuti, incapace di qualsiasi pensiero. Come era stato possibile?
Avevo lo sguardo perso fuori dalla finestra socchiusa, quando la tenda di lato si era mossa impercettibilmente. Era stato sicuramente un soffio di vento giunto da fuori ma la suggestione del momento mi aveva indotto a chiedermi se quella “presenza” potesse essere ancora lì, nel mio studio.
Una sensazione atavica, oltre a provocarmi quel tipico brivido irrazionale tra nuca e spalle, mi ha quindi indotto a decidermi di tornare a casa. Non avevo paura, non aveva senso averne: ammesso e non concesso che ci fosse stata una sinistra presenza nel mio studio, questa mi avrebbe potuto seguire ovunque. Perché darsela a gambe? E poi: perché pensare a una sinistra presenza? Non poteva essere qualcosa di benevolo o innocuo? In ogni caso, avevo bisogno di aria per riorganizzare le idee. E comunque era ora di cena.

Quel singolare episodio era accaduto di venerdì. Ho avuto modo di trascorrere un weekend che mi ha distratto molto (avevo una grigliata al lago con amici), anche se devo dire che gli interrogativi non mi hanno mai abbandonato. La settimana successiva, volendo prendere di petto la situazione, mi sono riportato la macchina fotografica in studio. Ero deciso a scoprire se il fenomeno si potesse ripetere.
E ovviamente… non si è più ripetuto. L’ “ovviamente” l’ho aggiunto con il senno di poi. Per due settimane sono andato avanti con quel piccolo rito: inizio giornata con tanto di posizionamento casuale della macchina fotografica sulla mia scrivania (non volevo allarmare gli altri pazienti), sedute su sedute e, a fine giornata, controllo delle fotografie. Niente. Finché…
Finché non è tornato lui, il paziente di cui ho raccontato all’inizio.
Quello con il blocco di silenzio.

Tornato lui con il suo silenzio a metà seduta, era tornato a manifestarsi quel curioso fenomeno. Alla fine del nostro incontro – anche questa volta l’ultimo della mia giornata – nella mia fotocamera erano ricomparse le fotografie. Ancora a decine, scattate a raffica e la maggior parte mosse.
Sarebbe molto presuntuoso da parte mia dire di aver trovato una spiegazione a questo fenomeno. Infatti non lo farò. Però ora ho dalla mia parte una coincidenza che non poteva passare inosservata e che, se non altro, dava un barlume di logica a tutto quanto.

Ho iniziato dicendo che questa esperienza mi ha fatto vedere da vicino un mondo che credevo di conoscere. Questo mondo, se mi è passato il termine, nel nostro campo è già conosciuto, a livello teorico, sotto il nome di varie sigle: OBE (Out of Body Experience). Ma anche NDE (Near Death Experience). Al di là di sigle e acronimi, esiste di fatto una serie di fenomeni che la scienza non è ancora stata in grado di descrivere in modo esauriente.
Io ero stato testimone di uno di questi fenomeni: un’esperienza extracorporea, probabilmente.
Il paziente che avevo in cura, a quanto pareva, era un soggetto molto particolare: a fronte di una ipnosi regressiva, la sua psiche rispondeva con quella che poteva configurarsi come vera e propria esperienza extracorporea. La sua mente abbandonava il suo corpo: e questo spiegava – o almeno credo – il sistematico blocco di silenzio che non sono mai riuscito a oltrepassare. Visto così, era naturale che il paziente non rispondesse più alle mie domande: la sua mente, o coscienza o qualsiasi altra entità, era altrove. Magari solo accanto a me, o alle mie spalle; ma di sicuro non era “sdraiata” sul lettino.

Postilla di due settimane dopo.
Di per sé sarebbe già stato molto affascinante – o inquietante, dipende dai punti di vista – imbattersi in un paziente con una mente in grado non solo di effettuare esperienze extracorporee in modo sistematico, ma anche di interagire con il mondo reale: il suo scattare foto, di fatto, è un’interazione fisica. Su questo non ho più alcun dubbio. 
Le conseguenze di questo fenomeno avrebbero potuto essere numerose e interessanti ma, dopo diverse sedute con tanto di foto (finora ne ho raccolte oltre settecento…), ho deciso di desistere perché l’ultima istantanea che ho trovato sulla mia macchina fotografica è stata… particolare (non riesco a trovare altri aggettivi più adatti). Particolare e densa di implicazioni.

I soggetti ritratti erano sempre gli stessi: il paziente sul lettino, io seduto accanto. Alle spalle del lettino, appesa sul muro, una grande cornice: un puzzle da diecimila pezzi che avevo composto in gioventù. Cosa avrà mai di particolare questo puzzle gigantesco per farmi decidere di sospendere le mie sedute con il paziente? Nulla.
A parte il fatto che non esiste più. Due anni fa, infatti, il tassello ha ceduto, la cornice è caduta per terra e il puzzle è andato in mille pezzi. Ancora adesso giace nel box di casa mia, in attesa di essere ricomposto.
Ma, stando alla foto scattata di recente, quel quadro è ancora appeso.
Forse in un altro universo. Oppure, chissà, nella realtà accanto.

(C) 2017 – Darius Tred

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6 thoughts on “Settecento istantanee

  1. Questa cosa inquietantissima mi ha fatto leggere il post in poco più di mezzo minuto.
    Io lo ribadisco: queste storie dovrebbero diventare dei racconti. Magari il ghost lo potresti fare tu, Darius e scriverli raccogliendo i contributi del dottor Emme.




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    1. Spero che non ti tolga il sonno… 😀

      Mi sto già lavorando ai fianchi Emme per potergli estorcere il permesso di fare almeno una raccolta di racconti.
      Ma è dura: la sua minaccia è quella di non raccontarmi più niente. E poi è bastardino il mio amico Emme (tranquilla: so che leggerà questo mio commento e se la sghignazzerà alla grande): “se il tuo blog farà 10.000 contatti con i miei ghost post, allora ne riparleremo”…




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        1. Brava: hai capito perché ho detto “bastardino”? 😀
          Emme ci ha già messo del suo e, in un certo senso, mi ha dato la bicicletta: ora quello che deve pedalare sono io… 🙂




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  2. Questo post me lo sono tenuta da parte per leggerlo con calma… che leggerlo in corsa me lo sarei sciupato. Da brivido. Non dico solo un’antologia, qua pure una serie tv su Netflix ci starebbe eh! 😉




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