Mi trovavo nella saletta d’attesa del dentista. Ma non ero a Parigi. E non avevo nemmeno visto la Senna. A un certo punto ho sentito l’urlo di una ragazza. Allarmato, mi sono però subito reso conto che l’urlo in realtà proveniva dalla strada. Solo uno schiamazzo goliardico di adolescenti con gli ormoni in agitazione. Farabutti: tanto è bastato per farmi avere un deja vu, un deja vu paratattico… 😀 .
“A volte ritornano” aveva detto la signora della reception. Doveva essere abituata, visto che non si era scomposta più di tanto.

Tornare e ritornare. Riecco queste parole che di recente sono tornate spesso nei miei pensieri. Quante cose che devo (ri)tornare a fare. Tipico “menage” settembrino, si direbbe. Anche Emme ci aveva messo del suo la sera prima. “Quando torni a pubblicare le nostre storie?”

Chi ancora non conosce Emme, può leggersi il primo ghost post per avere un quadro più completo del rapporto che ci lega.
E chi vuole può leggersi tutte le storie finora pubblicate.

I dubbi del dottor Emme.Di.Ti.

Questa è una storia complicata. Aveva iniziato così il suo racconto Emme. E a me piacciono le storie complicate. “Ma è anche molto triste”, mi aveva risposto. E non era nemmeno una storia sua, volendo ben guardare. Una sua collega, anche lei psicologa, psichiatra e quant’altro, si era confidata con lui come solo gli psicologi possono fare: parlando dei rispettivi casi e chiedendosi pareri e consigli a vicenda, sempre nel rispetto della privacy di tutti. Emme e L., questi i “nomi” delle due voci narranti, si erano sentiti tempo addietro, forse un paio d’anni fa. Anche in questo caso l’ipnosi regressiva era rimasta sullo sfondo come uno dei tanti punti che Emme ha in comune con molti colleghi della sua cerchia professionale. E la scorsa settimana mi ha riportato questo racconto, ripescandolo così dai suoi trascorsi. È quindi una storia non sua, una storia di “terza mano” potrei dire. Ma pur sempre una storia che ho trovato avvincente, anche se triste. E che insieme abbiamo deciso di pubblicare qui come uno dei dubbi di Emme.Di.Ti. Posso anticipare gli ingredienti: una bimba prodigio, iscrizioni in ebraico antico, una famiglia spezzata. E ancora: Tutankhamon e la sua inesistente maledizione. E infine la Bibbia. Che parla di giganti.
Un sottile filo lega insieme tutto quanto. Troppo? Forse sì. Ma avevo premesso che la storia è complicata: ho anticipato apposta gli ingredienti per darvi modo di abbandonare subito il post e andare a leggere altrove. E se posso darvi un consiglio: fermatevi qui. 🙂 . O almeno non dite che non vi ho avvertito. Ecco la sua storia.

Una storia complicata

Questa volta i dubbi non sono solo miei. Non parlerò infatti di un mio paziente ma di una paziente di L., una mia collega. Come si può immaginare facilmente, noi psicologi parliamo spesso, ci confrontiamo. Accade sopratutto a margine dei convegni o in quelle occasioni in cui ci si trova insieme per vari motivi professionali.
Eravamo a Vancouver all’epoca, nella hall dell’albergo che aveva ospitato un simposio. Le ampie vetrate con vista sull’oceano offrivano solo un panorama piovoso, benché affascinante. È in quel momento che L. ha preso a raccontarmi di una madre che era venuta da lei. Una madre disperata, una donna con una storia complicata.
Cerco di introdurla brevemente.

La madre in questione è una professoressa di greco e latino. Vive in Europa. Da giovane la sua passione per le lingue antiche la porta a studiare anche l’ebraico che tuttavia non riesce ad approfondire con studi accademici. Questo suo interesse la porta però a incontrare l’uomo della sua vita: un archeologo israeliano di grande esperienza. E ovviamente profondo conoscitore dell’ebraico antico. Ed sarà proprio l’ebraico antico a fungere ben presto da terreno comune per incontrarsi, confrontarsi, cercarsi. I primi incontri casuali si trasformano ben presto in una passione travolgente. Nonostante le nette differenze culturali tra i due (lei cattolica convinta, di buona famiglia, posata e ligia al quiete vivere; lui ebreo, ricco studioso e sempre diviso tra spedizioni scientifiche e convegni), i due si sposano e l’amore reciproco permette a entrambi di accettare buoni compromessi per le rispettive carriere.
Le cose si complicano con la nascita della prima figlia. A questo punto, mentre ascoltavo L. che raccontava, mi sono prefigurato il più classico degli scenari familiari: i figli che costringono a rivedere drasticamente i ritmi di lavoro e di vita quotidiana. Mi aspettavo insomma il solito quadretto famigliare che comincia a scricchiolare. Ma L. aveva subito folgorato quel mio pensiero: a sette anni, proseguiva nel racconto, la figlia era in grado di leggere perfettamente l’ebraico antico.

Prima di proseguire col racconto, occorre specificare alcuni dettagli per capire meglio la storia: cerco di non usare troppi tecnicismi (quindi non me ne vogliano eventuali addetti ai lavori). L’ebraico antico è una lingua molto complessa: le parole sono composte solo di consonanti e si legge da destra a sinistra, proprio come l’arabo. Come se non bastasse, chiunque si voglia cimentare con la lettura di un testo in ebraico deve “interpretare” quanto scritto usando la corretta pronuncia delle singole parole: la stessa parola scritta può assumere significati ben diversi a seconda di come viene pronunciata. La pronuncia, quindi, è di fondamentale importanza, tanto che gli addetti ai lavori parlano più di “vocalizzazione” dell’ebraico perché chi legge deve interpretare il testo e pronunciarlo aggiungendo di fatto le vocali alle consonanti, unici caratteri scritti. Immaginate quindi la lettura di un testo in ebraico antico, dove a tutte le difficoltà che ho appena accennato bisogna aggiungere le complicazioni di supporti deteriorati da secoli, se non millenni.

“Una bimba di sette anni non può essere in grado di leggere perfettamente l’ebraico antico” aveva sentenziato L.
“Capisco. Ma magari il padre che conosce la lingua potrebbe avere…” avevo risposto io, per la verità poco convinto.
“No, assolutamente no. La bimba era stata sorpresa più volte a leggere i libri del padre, custoditi nel suo studio. Non stiamo parlando di libri di favole per bambini. Stiamo parlando di libri molto più complessi…”
“Nemmeno una bimba prodigio?”

A questo punto la mia deformazione professionale mi aveva indotto a pensare alla più ovvia delle spiegazioni: la bimba doveva aver conosciuto l’ebraico in una delle sue vite precedenti e per un caso del tutto singolare lo ricordava ancora perfettamente.

“La faccenda si è complicata non appena il padre, dapprima estremamente sorpreso, si era reso conto che la bimba dava una lettura molto più corretta di quella ufficiale, riconosciuta a livello accademico” aveva continuato L.
“Cosa ha letto la bimba di preciso?”
“Diversi libri. In particolare aveva letto una relazione sulla scoperta della tomba egizia di Tutankhamon. Il padre conservava un libro che parlava di questi argomenti. E questo libro, piuttosto voluminoso, riportava una lunga serie di fotografie in alta definizione. Fotografie di reperti recanti scritte in ebraico antico, rinvenuti nella tomba egizia. Il volume aveva una struttura semplice: sfogliandolo, recava sulla pagina sinistra una fotografia di un reperto e sulla destra la relativa traduzione.”
Proseguendo nel racconto L. aveva detto che la bimba, sfogliando il libro e osservando le singole foto, traduceva senza difficoltà quanto scritto. Naturalmente senza leggere la traduzione pubblicata nella pagina a fianco.
“Il problema è che la sua lettura era differente dalla traduzione ufficiale.”
“E tu come le sai tutte queste cose?” avevo chiesto a L.
“Me le ha raccontate la madre. Prima della scomparsa di suo marito.”
“Scomparsa? In che senso?”
A quel punto L. si era resa conto di aver corso troppo. Cercò di rimettere ordine nel suo racconto.
“Cosa sai su Tutankhamon?”
La mia espressione perplessa valeva più di qualsiasi risposta: non sapevo nulla se non qualche fugace informazione, letta chissà dove, chissà quando. Sapevo qualcosa della maledizione di Tutankhamon, ma non abbastanza da ricordare se fosse realmente esistita o se si trattasse di una qualche invenzione letteraria o cinematografica. Antico Egitto, archeologia, cinema? Ero – e sono – quasi totalmente a digiuno in merito a tali argomenti.
“Tutankhamon era fratello di Akenathon, un faraone ribelle che non riconosceva il politeismo praticato dalla casta sacerdotale. Voleva piegarla al monoteismo. Questo faraone, osteggiato, decise di abbandonare l’Egitto con i suoi fedeli servitori. Ti ricorda nulla?”
Non avevo fatto in tempo a rispondere.
“Nel fuggire aveva attraversato il Mar Rosso…”
Mar Rosso, esodo, Mosè. Questi i nomi che mi si accesero in testa. Ero confuso e ancora non coglievo il nesso con Tutankhamon. Meno ancora quello con la bimba.
“In sostanza, quanto scoperto nella tomba di Tutankhamon, narrava una storia ben diversa da quella trasmessa dalla Bibbia. Diversa ma autentica. Così autentica e innegabile che qualcuno ha pensato bene di architettare la montatura della maledizione di Tutankhamon: tutti quelli che ne venivano a conoscenza di quanto scoperto… insomma, ci siamo capiti. Facevano una fine misteriosa, tanto che si parlò di maledizione.”
“Dunque il padre è scomparso… per questo motivo?”
“No. Il padre è entrato in crisi. Più leggeva con la bimba… anzi: più guardava le fotografie di quei reperti e più si rendeva conto di come la figlia traducesse in modo corretto. La sua lettura era più coerente, più sensata, più organica. Più fluida. E più ovvia. Ora immagina tutto questo nella testa di un archeologo, un archeologo israeliano, per giunta. La madre mi ha raccontato che suo marito si è visto crollare tutte le sue certezze. Accademiche, storiche, religiose. Tutte. Deve aver perso il contatto con la realtà perché a un certo punto ha cominciato ad accusare la moglie di aver plagiato la figlia, di averle messo in testa la visione distorta della chiesa cattolica…”
“Quindi il padre che fine ha fatto?”
“Se ne è andato. La madre non ha più saputo nulla.”
“Se ne è andato per una traduzione sbagliata? Mi sembra esagerato da parte di un archeologo…”
“Per quanto possa sembrare una finezza, la scoperta della tomba di Tutankhamon è avvenuta nel momento storico più sbagliato: negli anni ’20 era in ascesa il movimento sionista che voleva perseguire a tutti i costi la nascita di una nazione ebraica. E la maggior parte delle rivendicazioni erano basate sulle antiche scritture. Il popolo eletto, la terra promessa. E un sacco di altri pretesti per i quali gli attivisti avevano attinto dalle scritture, traducendo più o meno a seconda della convenienza del momento. Ma i reperti rinvenuti nella tomba mettevano in discussione tutte queste teorie. La loro pubblicazione avrebbe avuto enormi ripercussioni a livello politico. Prova immaginare anche solo vagamente come sarebbe il mondo oggi, ma anche solo il Medio Oriente se il movimento sionista si fosse sgonfiato. Niente rivendicazioni. Forse niente Israele… A fare questi discorsi ancora oggi si viene tacciati di antisemitismo. Ma lasciamo perdere, non è questo il punto.”
“E la bimba che fine ha fatto?” avevo chiesto.
“La bimba è rimasta con la madre. Ogni giorno le chiedeva quando torna papà… Credo ancora oggi.”
L. aveva concluso il suo racconto dicendo che non aveva avuto modo di aiutare la madre a risolvere questa faccenda. Con il passare del tempo aveva poi perso i contatti.
“Quindi non hai avuto modo di indagare sulla bimba?” avevo chiesto.
“E come? Con l’ipnosi? No. Non penso che sarebbe stato utile. Anche se avessi scoperto che in una vita precedente conosceva l’ebraico, cosa avrei risolto? Credo nulla. E comunque non ho fatto in tempo a pormi il problema perché la madre era contraria all’ipnosi regressiva…”
“Capisco. Perché è minorenne?”
“Macché! Era contraria perché non crede nella reincarnazione. La sua religione non ne ammette proprio il concetto: e quindi certe pratiche secondo lei sono delle vere e proprio fandonie. Fandonie da new age, le ha definite…”
Rimasi in silenzio a pensare quanti danni fanno le convinzioni religiose.
“E come se lo spiega il fatto che sua figlia conosce l’ebraico a sette anni?”
“Non se lo spiega. Non si pone domande. E basta.”
“Ma allora perché è venuta da te?”
“Non lo so. Immagino che qualcuno dei miei pazienti le abbia suggerito il mio nome. Forse voleva solo sfogarsi.”

Due anni più tardi
Ho risentito L. lo scorso mese. Ci siamo dati appuntamento alla fine di settembre per un convegno in Svizzera. Al telefono, senza che glielo chiedessi, mi ha detto che aveva delle novità da raccontarmi in merito a quella vecchia “storia complicata”. Non saprei dire il motivo per cui è ritornata sul discorso: d’altra parte, la nostra è stata una lunga telefonata in cui abbiamo parlato di tante questioni. Nel riparlarmene mi ha anticipato che il padre della bimba si era poi rifatto vivo. L’aveva fatto per la figlia: aveva deciso di prenderla e portarla via con sé. La madre, al rientro a casa, aveva trovato una lettera. L., da come me ne ha parlato, mi ha chiaramente fatto capire di essere in possesso di quella lettera. Non ha voluto dirmi nulla al telefono, rimandando il discorso per quando ci troveremo in Svizzera. Mi ha solo detto che, accanto alla lettera, il padre ha lasciato una bibbia aperta, con evidenziato un versetto del Libro della Genesi.
“C’erano sulla terra i giganti a quei tempi – e anche dopo – quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell’antichità, uomini famosi.”

(C) 2017 – Darius Tred

 

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8 thoughts on “Una storia complicata

  1. E quindi la bambina sarebbe un… gigante? Un essere speciale destinato a cambiare il corso degli eventi?
    Comunque sempre interessanti queste storie.




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    1. Non saprei. Per come me l’ha raccontata Emme, io mi sono fatto l’idea che il padre sia tornato a prendersi la figlia per rileggere meglio, con il suo aiuto, una qualche versione antica della Bibbia scritta in ebraico. Sono andato a rileggermi la Genesi e quel passo è presente ma… occorre fare attenzione con le traduzioni e le tradizioni.

      Emme mi ha promesso un aggiornamento non appena sarà di ritorno dal convegno di “pissicologi” in Svizzera…




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  2. Ecco, appunto. Quando c’è questo convegno? Comunque, l’argomento mi ha ricordato il film The body (e mi è venuta voglia di leggere il libro).




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    1. Ricordo quel film. Interessante. Anche a me è venuto in mente quel filone…
      Il convegno dovrebbe essere verso la fine di settembre. Emme è stato vago… 🙁 .




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  3. La storia non mi torna nuova. L’potesi della identificazione di Akenathon con Mosè è farina del sacco di freud che, guarda caso oltre a essere uno psicologo era anche ebreo, uno di quelli che macchinavano dietro le quinte iniziatiche. Jung ha proseguito sulla sua traccia andando a trafugare un vangelo apocrifo. Freud dava molta importanza alla parola (il Verbo) con la quale pensava di poter curare i malanni della mente. Con l’ipnosi si entra in campo qabbalistico. Insomma , questo dottor Emma Di Ti mi pare un po’ indirizzato oltre che prudentemente vago.




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    1. A dire il vero, questa è una storia di “terza mano”, se così possiamo dire. Emme l’ha raccontata a me, e lui a sua volta l’ha appresa dalla sua collega L.
      Io l’ho solo raccolta. Non saprei dirti da quale sacco proviene la farina. Posso confermare che molti riferimenti hanno riscontro concreto, non nel senso che è tutto vero (nessuno ha la verità in tasca) ma nel senso che non c’è nulla inventato di sana pianta.
      Mi sono documentato molto prima di pubblicare questo post (Emme mi ha raccontato la sua storia a giugno…) e sono rimasto impressionato da quanto letto.
      È proprio vero che, per certi argomenti, bisogna saper cercare, oltre che dotarsi di adeguata apertura mentale… 😉 .




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      1. Senti Darius , un uccellino mi ha riferito che dottor Di.Ti. ha ricevuto una mail importante. Ma dovrà esser rapido perché il tempo sfugge e non avrà più di dieci giorni per capire, per portare avanti la sua terapia. E lui, so che tiene molto a questa sua paziente.




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