Una delle domande più spinose, antipatiche, imbarazzanti, incalzanti o, semplicemente, più sgradevoli è purtroppo anche una delle più ricorrenti che ci viene posta quando si sforna un nuovo racconto: è autobiografico?
Sarebbe interessante capire quale morbosa molla spinge un lettore a porre una simile domanda.
Sembra a volte che un medesimo racconto possa riscuotere maggiore interesse a seconda del “grado di autobiografia” offerto, come se la lettura permettesse di frugare tra i pensieri più intimi di chi scrive.
Se poi il lettore conosce personalmente l’autore, cosa non infrequente tra gli aspiranti scribacchini che tendono a crearsi una prima cerchia di pubblico proprio tra amici e conoscenti, la domanda (e la relativa morbosità) acquista un peso ancora maggiore.

La morbosità del lettore non va comunque demonizzata perché, spesso, è la stessa molla che lo spinge a voler leggere le nostre storie.
Ma lasciamo da parte questo dettaglio.

Quanto c’è di autobiografico in quello che si scrive? Per quanto possiamo ritenerci convinti nel rispedire al mittente una simile domanda, pensandoci bene, credo che ci sia sempre qualcosa di autobiografico in quello che si scrive.
Direi, anzi, che è forse inevitabile.

Tanto per cominciare, la trama di una storia viene costruita in un certo modo perché abbiamo qualcosa da dire al mondo.
Qualcosa di molto complicato, forse. Qualcosa che la quotidianità non ci permette di esprimere semplicemente perché non si creano occasioni adatte.
Magari occasioni più uniche che rare. E se non si presenteranno mai, ecco che la nostra mente tende a immaginarle.
È forse questo uno dei primi motivi che spinge la nostra mente a prefigurarsi una certa storia, un certo tipo di intreccio con determinati conflitti e colpi di scena.

E i personaggi? Anche se mai nessun lettore lo potrà immaginare leggendo le nostre trame, i personaggi spesso rispecchiano i nostri ideali. Componiamo la loro vita narrativa con quelle che sono (o erano) le nostre aspirazioni, diamo loro parte della nostra esperienza di vita, mettiamo loro in bocca le nostre opinioni, costruiamo dialoghi ad hoc per esporre e magari supportare i nostri punti di vista riguardo a certi argomenti. E magari ce ne approfittiamo: ci nascondiamo dietro la finzione narrativa per dire o “fare” cose che nella nostra vita non ci permetteremmo mai di dire e fare.
Persino i personaggi più antitetici alla nostra indole raccontano qualcosa di noi: ci divertiamo a incarnare in essi tutto ciò che detestiamo. Quindi, in un certo senso, anche i personaggi negativi delle nostre storie parlano di noi.
Il tutto all’oscuro del lettore, anche di quello che chiede esplicitamente quanto c’è di autobiografico nel nostro romanzo, lo stesso a cui rispondiamo con decisione “No, non è autobiografico”.

E il finale? Che sia un lieto fine o meno, anch’esso parla di noi. Se ci divertiamo a creare mondi e a impregnarli di realtà, ci divertiremo anche a governarli: il destino, il fato, la sorte? Siamo noi. Creiamo, disfiamo, osanniamo, condanniamo questo o quel personaggio.
Qualsiasi epilogo concluderà il nostro racconto, esso difficilmente sarà lontano anni luce dal nostro vissuto o dai nostri desideri.

Per qualsiasi genere decidiamo di scrivere, personaggi, dialoghi e intreccio devono essere credibili: è il prezzo da pagare per scrivere in modo originale, accattivante, il prezzo da pagare per tenere sveglio l’interesse del lettore.
E per essere credibili bisogna raccontare di ciò che si conosce bene, di ciò che si è vissuto in prima persona, o quasi.
Anche se nessuno mai lo verrà a sapere, una buona dose di autobiografia invisibile, impercettibile, strisciante ci sarà sempre in quel che raccontiamo.
Continueremo a rispondere “No, non è autobiografico”. Ma sappiamo (anche se lo sapremo solo noi) che, in fondo in fondo, qualcosa che parla del nostro essere c’è e ci sarà sempre. In ogni nostra storia.

Altrimenti, perché scriviamo?

8 thoughts on “Autobiografia invisibile

  1. Si, lo confesso, vedo la gente morta. E pure quella scema. E non solo ad Halloween!! XD
    E adesso tu devi confessare che MDT non esiste, ma hai sbirciato sulle nuove puntate americane di Dossier segreti con l’ipnosi!




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    1. Vorrei ma non posso: Emme esiste, eccome. 😛
      Se a te sembra il contrario, lui non può che compiacersene (conosco il mio pollo).
      E in fondo fa parte del nostro patto: a me le storie e a lui l’invisibilità.
      O, meglio ancora, l’inesistenza. 🙂




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    2. Non so perché mi si piazza il commento come risposta a Barbara.
      Comunque sì, è la domanda tormentone, e quando il libro è un chiaro memoir rivisitato/romanzato in una commistione si spera sapiente tra reale e inventato è come alzare l’asticella della curiosità e non se ne esce vivi.




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  2. La commistione è sapiente proprio perchè nasconde l’autobiografia invisibile. Ma anche la commistione migliore nasconde sempre qualcosa di autobiografico, anche fossero solo i nomi scelti per i personaggi.




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  3. Sì, non si può prescindere dall’autobiografia se la intendiamo come fonte da cui attingere per costruire storia e personaggi. Io ho distribuito parti di me in vari personaggi del romanzo, perché in uno vedevo una cosa, in un altro un altro aspetto della mia personalità. Credo, tuttavia, che quando ti pongono la fatidica domanda: “è autobiografico il tuo romanzo?” intendano sapere se hai raccontato una vicenda reale legata alla tua vita, allora lì tocca spiegare che no, lo spunto è autobiografico ma tutto il resto è frutto di fantasia. A quanto pare, però, hanno coniato un termine ad hoc: autofiction, che racchiude tutto e risponde a tutte le curiosità a riguardo, in pratica ti dà la libertà di vedere e interpretare la storia come vuoi vederla.




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    1. L’autofiction, sinceramente, non l’avevo preso in considerazione mentre pensavo a questo post. Diciamo che personalmente interpreto un’opera di autofiction come un qualcosa di apertamente dichiarato, anche se romanzato.




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      1. Sì, ma forse è così. Che ti pare che io l’ho capito intrinsecamente cosa cacchio vogliono dire gli esperti con la definizione di autofiction! 😃




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        1. Be’, tu non la conti giusta: sai sempre qualcosa in più (di me sicuramente). Quindi sì, mi pare che tu capisci molto intrinsecamente (più di me sicuramente, mi ripeto). 😀




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