Si parlava del più e del meno, l’altra sera. Anche se con Emme, “il più e il meno”, non sempre è l’argomento che intendono tutti. Ma tagliamo corto. Per sbaglio, tra una birretta e un succo ACE, eravamo tornati, non so come, su una delle sue storiacce, quella che qui è diventata La brocca di Emmaus. Ho avuto l’ardire di incalzarlo per dirgli che ultimamente non mi passava più storielle da romanzare (l’ultima è di gennaio).
“Cosa te le passo a fare che tanto non ci credi?”.
Attimo di silenzio.
“Non è che non ci credo” rispondo io. Poi, forse con la mente offuscata dai fumi del succo, ho avuto la pessima idea di blaterare qualcosa in merito a scienza, metodo scientifico, logica, evidenza scientifica e altre amenità del genere. L’avessi mai fatto.
Emme, naturalmente, non ha risposto. Almeno: non subito. Ma il suo silenzio, in queste occasioni, non è quasi mai dovuto a una mancanza di idee, specialmente quando la sua occhiata si fa sottile e distaccata come quella della Gioconda. Ecco: in questi casi va a finire che la partita è persa aperta.

La brocca della discordia

Ma dicevo della brocca di Emmaus. Non era la prima volta che tornavamo sul discorso e, a dire il vero, a distanza di un paio d’anni, la brocca di Emmaus è diventata la brocca della discordia nelle nostre serate al pub. Naturalmente non è niente di serio: la nostra è discordia amichevole, una discordia soffice fatta di qualche verità e di molte fantasie, mitigata il più delle volte da un tavolo di birre rosse, scure, chiare con in mezzo tante parole e molte idee, non sempre chiare come le birre.

La brocca della discordia, pardon, di Emmaus, storia a parte, ha ancora oggi il curioso potere di sortire gli stessi schieramenti di pensiero quando parliamo di “certe cose”. Abbiamo provato a mettere ordine tra verità, fantasia e realtà. Abbiamo provato anche a infilarci la logica, prima ancora della scienza. Ma ne era già uscito un dialogo surreale in cui persino domande banali (la carta può tagliare il legno?) mettevano a dura prova le ovvietà quotidiane.

Elizabeth

Bando alle ciance. Le ore si erano fatte piccole e Emme, prima che tornassimo a casa tutti quanti, ha estratto dal cilindro una delle sue solite frasi. “Avrei un titolo che potrebbe interessarvi…”.

Dopo il titolo, un breve scambio di parole e l’accenno a qualche brano, per poi concludere (si fa per dire) con la puntuale e stringatissima chat del giorno dopo, come ogni Emme-day-after che si rispetti. Includo uno scampolo di chat qui a fianco…

Il brano di pagina 124 è riportato qui sotto. Perché, inutile dirlo, sono andato a comprarmi il libro. E, dopo quel brano, potevo evitare di leggermi tutto il resto? No. Certo che no.

Che dire? Se ne potrebbero dire davvero tante di cose, ma mi limito solo a pensare che certe cose non lasciano indifferenti. Il brano è un po’ lungo, però, come disse qualcuno quella sera (io, ahimè…), “la conoscenza te la devi sudare”.

Quando finii di contare a ritroso da dieci a uno, Elizabeth si trovava già in stato di profonda trance ipnotica.
Sotto le palpebre, i suoi occhi si muovevano da una parte all’altra. Il suo corpo era disteso, il ritmo del respiro si era fatto più lento, denotando un’estrema rilassatezza. La sua mente era pronta per il viaggio nel tempo.
La feci regredire lentamente, questa volta usando un tranquillo ruscelletto di montagna come via d’uscita verso un remoto passato. Lei attraversò il corso d’acqua e camminò verso una magnifica luce. Mentre la percorreva, si ritrovò in un altro tempo e in un altro luogo, in una vita remota.
“Porto dei sandali leggeri” osservò, quando la invitai a osservare i suoi piedi. “Sono allacciati appena sopra le caviglie. Indosso delle vesti bianche di lunghezza disuguale. Sopra, porto una sorta di velo che mi scende fino alle caviglie. Le maniche sono molto ampie e terminano al gomito. Porto anche dei braccialetti d’oro, a tre diverse altezze delle mie braccia.” Stava osservandosi con molta nitidezza e in dettaglio.
“I miei capelli sono scuri, lunghi, scendono fin sotto le spalle… Anche i miei occhi sono bruni… Ho la pelle leggermente scura.”
“Sei una ragazza” arguii.
“Sì” rispose lei pazientemente.
“Quanti anni hai?”
“Quattordici anni circa.”
“Cosa fai? Dove vivi?” le chiesi di filato, ponendole due domande di seguito prima che avesse modo di rispondere.
“Nel recinto del tempio” disse. “Sto imparando a fare la guaritrice e ad aiutare i sacerdoti.”
“Conosci il nome di questa terra?” chiesi.
“È l’Egitto… molto tempo fa.”
“Sapresti precisare in quale epoca?”
“No” rispose. “Non riesco a vederlo, questo… ma è molto tempo fa… molto.”
[…] “Vieni avanti nel tempo, ora, fino al successivo momento importante della tua vita di ragazza egiziana. Puoi rievocare ciò che vuoi.” Elizabeth fece scorrere il tempo.
“Ho diciott’anni. Mio fratello e io abbiamo molto progredito nella nostra preparazione. Lui porta una corta veste bianca e oro, che finisce appena sotto le sue ginocchia… È molto bello” osservò.
“Quanto siete progrediti?” le domandai, perché tornasse a concentrarsi sul sistema di apprendimento da loro seguito.
“Abbiamo acquisito molte tecniche. Stiamo lavorando con speciali bastoncini curativi che, quando maneggiati come si deve, accelerano sensibilmente la rigenerazione di tessuti e membra.” Si fermò un momento, come se stesse studiando quelle verghe medicamentose.
“Contengono un’energia liquida che fluisce al loro interno… L’energia si concentra nel punto di contatto con la parte da rigenerare… Si possono usare queste verghe per sviluppare membra e guarire tessuti feriti, persino tessuti che stanno perdendo o hanno già perso vita.”
Rimasi sorpreso. Neppure la medicina moderna riesce a compiere le prodezze di cui è capace la natura, come nel caso delle salamandre e delle lucertole, che possono far ricrescere membra e code di cui sono state private. Le più recenti ricerche sulle ferite traumatiche alla colonna vertebrale stanno solo ora orientandosi verso una rigenerazione controllata delle innervazioni, quattro o cinquemila anni dopo che Elizabeth aveva lavorato con le verghe curative che potevano indurre un arto o un tessuto a rigenerarsi.
La mia paziente non era in grado di spiegare come funzionassero queste verghe, se non attraverso l’energia. Non possedeva il vocabolario o i concetti mentali per farlo.
Quando riprese a parlare, le ragioni della sua inadeguatezza sia a capire sia a spiegare divennero chiare.
“Io in sostanza so quello che mi hanno detto. Sono giovane e sono donna. Ho tenuto in mano le verghe, ma non le ho mai viste all’opera. Ancora non ho assistito alla rigenerazione… Mio fratello sì. A lui è consentito e quando sarà più vecchio gli verrà impartita anche la conoscenza della rigenerazione. La mia preparazione si fermerà prima di quel livello. Oltre non posso andare, perché sono una donna” spiegò.
[…] Aggiunse quindi con una voce che era diventata sussurro:
“Lui, comunque, mi rivelerà quei segreti… Me l’ha promesso. E m’insegnerà anche come funzionano quelle verghe. Molte cose già me le ha spiegate… Mi ha detto che ora stanno cercando di riportare in vita persone già morte!”.
“Morte?” le feci eco.
[…] “Vi sono altre forme di guarigione che pratichi?”
“Ce ne sono molte” fu la risposta. “Una la si opera con le mani. Tocchiamo la parte del corpo che ha bisogno di guarire e […] Altri riescono a curare con la forza mentale. Individuano […] Alcuni toccano il polso del malato puntando il secondo e il terzo dito uniti e […].
Elizabeth non smetteva di elencare velocemente le sue spiegazioni sempre più tecniche.

Tratto da Molte vite, un solo amore, di Brian Weiss.

 

Ho tralasciato molte parti indicandole con i puntini di sospensione: non volevo riportare un brano troppo lungo. E poi… certe conoscenze bisogna sudarsele 😉 .

Alla prossima birra

“Allora, ti è piaciuta la storia di Elizabeth?” Emme in chat m’incalza così, una settimana dopo. Non usa quasi mai le faccine ma colgo lo stesso tutta l’ironia della sua domanda.
“Mmm” rispondo. La doppia spunta diventa quasi subito blu: spero basti come risposta.
Anche perché un discorso del genere non si può fare in chat.
Serve un’altra birra, almeno. E altri succhi.

2 thoughts on “Elizabeth

  1. Guarda che se continui a ubriacarti di succhi, rischi che Emme ti proponga tutta la bibliografia di Mario Tobino, eh! 😁

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