Certe stagioni ispirano certi racconti. Non credo di essere l’unico a percepire queste sfuggenti sensazioni. Del resto, nel racconto che segue di cose sfuggenti ce ne sono molte, a partire dal gran finale. Ma non voglio anticipare nulla. Mi limito quindi a parcheggiare qui sul mio retroblog un raccontino che, se non altro, è in piena sintonia con l’atmosfera del periodo.

Oggi infatti è il 31 ottobre e, come probabilmente saprete, oggi è… Santa Lucilla 😀 .

Il rito incompiuto

La scena era a dir poco surreale. Nebbia fitta, atmosfera ovattata e silenziosa. Il sole, già sorto ma ancora invisibile, gettava una luce soffusa e sfumata. In mezzo ai campi il freddo dei primi giorni di novembre si era già fatto pungente.
“Allora? Che ne dici?”
Cosa poteva dire? Matteo osservava l’albero che avevano di fronte: era stato abbattuto. Qualcuno, probabilmente con una sega da boscaiolo, aveva pensato bene di tagliarne il tronco a mezza altezza. Un metro dal terreno, ipotizzò. Forse meno. A quella misura la quercia – un giovane esemplare di neanche quattro metri -, era stata tagliata di netto e giaceva divelta pochi passi più indietro, con i rami spogli e rassegnati da tempo all’autunno. Chiunque fosse stato, dopo aver fatto rotolare via il fusto probabilmente in malo modo, aveva poi concentrato la propria attenzione sul resto: quel metro scarso di tronco mozzo rimasto intatto, con le radici nodose e ben salde che ancora si perdevano nel terreno circostante. Era difficile liquidare quel piccolo scempio come una bravata qualsiasi.
Perché la sommità del tronco mozzo era carbonizzata.

“Perché hanno tentato di bruciarlo?” incalzò Roberto. Imprenditore agricolo, Roberto gestiva una fattoria e si occupava di numerosi campi nella zona. Molte stradine che correvano lungo le campagne, delimitando sentieri e fossi d’irrigazione, erano fiancheggiate da lunghe file di alberi. Aveva trovato quella sorpresa solo il mattino precedente mentre giungeva con il trattore in un campo lì vicino. Aveva capito subito che c’era qualcosa di strano: l’albero abbattuto, il tronco carbonizzato. E il terreno intorno alle radici totalmente sgombro delle foglie secche e profondamente zappato. Una circostanza davvero singolare. Tuttavia, sulle prime, non l’aveva presa sufficientemente sul serio. Ma dopo averci dormito una notte tra mille domande, Roberto aveva pensato bene di chiedere un parere a qualcuno. E Matteo faceva al caso suo.
Grande appassionato di fotografia naturalistica, negli ultimi tempi i due erano andati spesso in campagna insieme, uno a lavorare e l’altro a scattare foto. Foto di alberi, scorci, albe e tramonti. Dopo un paio di anni passati a immortalare l’alternarsi delle stagioni, Matteo si era fatto una discreta esperienza in fatto di alberi, tanto da saper riconoscere un pioppo da una platano, un faggio da una quercia. E ora era lì, a osservare quella scena tanto improbabile quanto inaspettata. Rispetto a Roberto, cominciava ad avere un’idea più precisa di quel che era successo. Ma si guardava bene dal pronunciarsi. Girò il polso e sbirciò la data sull’orologio. Tre novembre. E quel meticoloso lavoro, ad occhio e croce, era stato fatto due o tre notti prima. Una coincidenza?
“Quando l’hai trovato?” chiese.
“Ieri. Ieri mattina.”
“Quindi non sapresti dire con certezza quando è successo?”
“Non saprei. È già da una settimana che al mattino presto la nebbia è fitta.”
Matteo si guardò intorno. I contorni sfumati della campagna circostante cominciavano a delinearsi col chiarore mattutino.
“Siamo proprio in mezzo ai campi” disse poi. “Le case più vicine dove stanno?” domandò cercando di orientarsi.
Roberto indicò una direzione nella nebbia. “Due o trecento metri, di là.”
“Secondo te, potrebbero essersi accorti di qualcosa da quella distanza?”
“Qualcosa di che tipo?”
“Rumori. Presumo che non si possa segare un albero di queste dimensioni in totale silenzio. Magari qualche cane ha abbaiato… E se hanno tentato di dargli fuoco, avranno visto la luce. Non credi? Se fosse successo di notte, un certo bagliore avrebbe dovuto essere ben visibile da quelle case…”
Roberto aggrottò la fronte in un’espressione dubbiosa, non sapendo cosa pensare.
“Non saprei” aggiunse infine. “Sai com’è. Diventa buio presto, in questi giorni scende pure un nebbione. Comunque sono sicuro che settimana scorsa non c’era nulla. L’albero era ancora al suo posto. Sono passato di qua con il trattore. Me ne sarei accorto…”
“Settimana scorsa? Quando, di preciso?” insisté.
“Dunque, oggi è mercoledì…” pensò Roberto. “Sabato! Sabato sono andato all’altro campo più in là e son passato proprio da questo sentiero. Era tutto a posto.”
Matteo, riluttante, prese mentalmente nota di quel particolare che confermava il suo sospetto. Poi estrasse il cellulare e prese a scattare qualche foto.
Passarono alcuni minuti, finché Roberto non cominciò a spazientirsi. “Senti, io avrei da fare… Cosa ne dici se ci sentissimo stasera?”
“Certo. Vai pure, io faccio ancora qualche foto.”
I due si lasciarono così, con la promessa di una birra in serata.

“Quanto sei superstizioso?” esordì Matteo. Avevano deciso di anticipare la birra promessa con una pizza che ora, fumante, stava davanti ai loro occhi.
“Per nulla. Perché me lo chiedi? Hai scoperto qualcosa?”
Matteo raccontò la sua mattinata. Scattando le fotografie, aveva notato che il tronco carbonizzato non era semplicemente stato incendiato. Prima del fuoco era stato lavorato.
“Lavorato? E come?”
“Con delle fessure” rispose Matteo.
“Non capisco.”
“Presumo che lo stesso strumento che hanno usato per segare l’albero, una sega da boscaiolo, suppongo, sia stato utilizzando anche per praticare delle fessure sulla sommità del tronco mozzo, prima di dargli fuoco. Osserva.”
Allungò lo smartphone. Alcune foto mostravano il tronco carbonizzato. Matteo l’aveva fotografato dall’alto e la circonferenza irregolare era segnata da varie fessure, come una torta tagliata a fette. Al centro il fuoco aveva divorato gran parte del legno, ma lungo i bordi anneriti erano ancora ben visibili i tagli praticati. Il fuoco, evidentemente, era stato interrotto e le fiamme non avevano fatto in tempo a bruciare tutto il tronco mozzo fino alla base delle radici.
“E quindi?” domandò Roberto.
“E quindi hanno usato il tronco per ottenere una torcia svedese.”
“Una torcia svedese?”
“Esatto. La torcia svedese si ottiene proprio così. Prendi un tronco, gli pratichi delle fessure sulla sommità e ci appicchi il fuoco nello spazio che si ottiene dove si incrociano le fessure. Ci butti sopra dei trucioli di legno, carta, pezzetti di corteccia. E ottieni un fornelletto da campo. Oppure una fiamma di segnalazione. Considera che il fuoco brucia lentamente. Con i tronchi di una certa dimensione, la torcia potrebbe durare anche tutta la notte.”
Roberto, che intanto mangiava con appetito la sua pizza, ascoltò la spiegazione di Matteo. Affascinante.
“Bello” disse poi. “Ma continuo a non capire. Perché prendersi la briga di farlo in aperta campagna abbattendo un albero? Intendo dire… per la zona in cui viviamo, non è difficile procurarsi un tronco: con tutte le fattorie e le cascine che abbiamo… Che poi basterebbe andare da un giardiniere. In questa stagione potano siepi e alberi. Spesso vengono abbattuti quelli malati o pericolanti. Vai da un giardiniere e gli chiedi gentilmente di tenerti da parte qualche tronco… Non sarebbe più semplice e comodo?”
“Be’, sì” convenne Matteo. “Sarebbe più semplice se tu dovessi solo toglierti lo sfizio di provare a fare una torcia svedese…”
Roberto lo guardò con aria interrogativa.
“Ho notato un’altra stranezza. Il terreno intorno alle radici era tutto smosso, come se avessero zappato forsennatamente.”
Roberto l’aveva quasi dimenticato.
“Hanno sgombrato il terreno dalle foglie secche” riprese Matteo addentando una fetta di pizza. “Su quel sentiero ci stanno alberi spogli. Il fosso dell’irrigazione è pieno di foglie secche. Ricordi bene che la quercia abbattuta cresceva lungo il bordo del fosso. Come tutti gli altri alberi, del resto. Ma solo intorno al tronco mozzo della quercia, le foglie secche sono state spostate. E il terreno zappato, svangato, mosso. È ancora fresco.”
“Sì, lo ricordo anch’io. E cosa ne pensi?”
“Sembra un rito” disse Matteo. Calibrò le parole prima di buttare lì quell’ipotesi. “Un rito di preparazione” confermò poi senza indugi.
“Ah, per questo mi hai chiesto se sono superstizioso?” sorrise Roberto. Non era mai stato superstizioso, non aveva mai creduto a certe storie e non aveva mai avuto paure di sorta, fatta eccezione per qualche insetto di cui conservava un atavico ribrezzo. “Ammetto che è un fatto singolare, una cosa che non mi è mai capitata prima. Ma da qui a pensare a un rito di… come hai detto? Un rito di preparazione? No, sinceramente non credo affatto. Sarà stata una bravata. Una bravata eccentrica di qualche giovanotto eccentrico. Non credi? Ma poi, preparazione per cosa?”
“Non saprei” convenne Matteo. “Oggi però è il tre novembre. Mercoledì. E sabato scorso hai detto che era tutto intatto. Sabato era il trenta ottobre.”
Roberto, che finì la pizza, lì per lì non fece caso alle date. Ma poi capì.
“Pensi che sia successo la notte di Halloween?” domandò divertito.
“Probabile.”
“Bene. Questo conferma la mia ipotesi: deve essere stata la bravata di qualche giovanotto esaltato…”
“Può essere. Non è da escludere. Di solito però i giovanotti esaltati tendono a fare le bravate quando possono vantarsene pubblicamente con gli amici. Non hai mai fatto caso ai muri imbrattati dai writers nelle città? Lo fanno solo dove le loro opere sono visibili. Facci caso: imbrattano i muri lungo i percorsi degli autobus, specialmente quelli zeppi di studenti. Presumo che ragionino così: passo la notte a scrivere sul muro vicino alla fermata del pullman, così al mattino posso vantarmi con gli amici. Questa bravata invece è stata fatta lontano da occhi indiscreti. In mezzo ai campi. Nella nebbia. Forse pure nel buio della notte.”

Matteo non aveva tutti i torti.
“Ok, sarà stato fatto anche lontano occhi indiscreti, al buio e nella nebbia. Ma siamo in una piccola città e sai come dice il proverbio: il paese è piccolo e la gente mormora. Ma poi, bravata o no, cosa dovremmo fare? Sarai d’accordo con me se dico che mi sembra una storia strampalata. Anche andare a far denuncia ai carabinieri, non penso che possano fare qualcosa. Ne prenderanno atto e basta. Inoltre, considera che quei terreni non sono di mia proprietà: io li ho solo in gestione. Quindi dovrei avvisare il proprietario. Poi starà a lui decidere se andare o meno a denunciare. Quindi penso che la storia, in un modo o nell’altro, finirà per essere dimenticata.”
“C’è un’ultima cosa che non ti ho ancora detto” aggiunse Matteo finendo la birra.
“Sarebbe?”
“Stamattina ho guardato nei paraggi, lungo i sentieri di campagna. Non sono molte le querce come quella abbattuta…”
“Mi pare che siano per lo più pioppi e platani. Forse qualche olmo e qualche faggio. Perché?”
“Ne ho trovate altre quattro. E sono tutte segnate…”
“In che senso?”
“Hanno tutte un segno a mezza altezza. Come se fossero state colpite con un lieve colpo d’ascia. Sono stati scaltri, però. Le hanno segnate dalla parte opposta del sentiero, in modo che il contrassegno non fosse visibile da chiunque andasse a passeggiare o a fare footing in mezzo ai campi…”
Roberto si fece apprensivo. “Come ti è venuto in mente di andare a cercare altre querce?” domandò perplesso.
“Stamattina, mentre scattavo le fotografie, mi chiedevo perché quell’albero e non altri. Al primo momento ho pensato fosse stato solo per una questione di dimensione del tronco. Ma i tronchi degli alberi vicini erano più o meno della stessa dimensione. Poi ho notato che era l’unica quercia lungo il sentiero. E allora ho cominciato a guardarmi intorno. Trovata la prima quercia le ho girato intorno in modo del tutto casuale. E ho notato il segno. Poi ne ho cercata una seconda. Infine ho trovato la terza e la quarta. Tutte segnate. Ne ho trovata una quinta e una sesta. Ma non erano segnate: infatti sono molto più grosse di quelle segnate.”
Roberto si fece silenzioso. Altri alberi dovevano fare la stessa fine?
Matteo indovinò i suoi pensieri.
“Il colpo d’ascia era fresco. Se li hanno segnati, non mi stupirei se dovessero fare la stessa fine della prima quercia…”

Il mattino seguente Roberto si recò sul luogo del misfatto. Quali che fossero i reali motivi di quel gesto, doveva comunque procedere a rimuovere l’albero affinché non fosse più d’intralcio. Arrivò quindi con il trattore e un carro a rimorchio, armato di motosega e una piccola tanica di benzina. Aveva avvisato il proprietario del terreno prima di procedere: non gli rimaneva altro che ridurre la povera quercia in legna da ardere. Prima di giungere sul posto era passato a dare un’occhiata alle altre querce. Matteo aveva ragione: erano segnate con un colpo d’ascia ed era palese come il contrassegno fosse recente. La cosa ora non lo metteva di buonumore. Ridurre in ceppi un albero di quelle dimensioni gli avrebbe portato via una mezza giornata di lavoro. Taglio, carico della legna e scarico. Senza contare il viaggio di andata e ritorno alla fattoria. La prospettiva di dover perdere altro tempo perché qualcuno aveva deciso di divertirsi ad abbattere altri alberi lo innervosiva ancora di più. Certo, avrebbe potuto mandare qualcuno dei suoi operai al suo posto. Ma erano sempre giornate di lavoro perse dietro a quel gioco deleterio. Come se non bastasse, non riusciva a togliersi dalla mente la leggenda della quercia che Matteo gli aveva raccontato la sera prima.

Tanto tempo fa, quando ancora era cosa comune incontrare per strada il Signore Iddio, un giorno il diavolo mogio mogio si recò da lui. Fattosi coraggio, gli rivolse rispettosamente la parola: “Tu, o Signore, sei il padrone di tutto l’universo, mentre io, povero diavolo, non posseggo nulla in questo mondo…Ti prego pertanto di concedermi la potestà su una minima parte del creato.” E Dio, di rimando: “Cosa desidereresti avere?” E il diavolo: “Il potere su boschi e foreste!”
E Dio decretò: “Così avvenga. Il potere su boschi e foreste ti apparterrà quando questi d’inverno saranno senza fogliame. Tornerà a me, invece, nelle altre stagioni, quando gli alberi saranno coperti di foglie.” Saputa la notizia dell’avvenuto patto, tutti gli alberi del bosco cominciarono a preoccuparsi, finché l’inquietudine si trasformò in agitazione. Il carpino, il tiglio, il platano, il faggio, l’olmo, l’acero si chiedevano avviliti: “Cosa possiamo fare? A noi le foglie cadono proprio in autunno”. Finché al faggio venne l’idea di consultare la quercia, l’albero saggio tra i saggi. Quando sentì la storia del patto, la quercia rifletté gravemente ed alla fine sentenziò: “Faremo così, cari amici. Io tenterò di trattenere sui rami le foglie secche, finché a voi non saranno spuntate le nuove!
In tal modo il demonio non potrà avere il dominio su nessuno di noi. Così avvenne e il diavolo beffato. Da allora la savia quercia trattiene il fogliame secco per tutto l’inverno, finché in primavera spuntano le prime foglie verdi.

La quercia aveva sempre esercitato un certo fascino sulle leggende popolari. Ma sempre leggende erano, pensò Roberto. E anche se lui era solito lasciare certe storie al folclore e alla tradizione popolare, l’idea che qualcuno, ispirato dall’atmosfera di Halloween, prendesse sul serio certe storielle per ricamarci sopra strani giochi a cui lui avrebbe dovuto rimediare, lo irritava non poco. Diede uno strattone energico e accese la motosega.

Il telefono di Matteo trillò. Un messaggio in chat.
Roberto gli aveva mandato una foto della motosega. Sullo sfondo una montagna di ceppi e una didascalia.
“Ora il nostro amichetto si può vantare della sua bravata”.
Sorrise ma non capì a pieno il senso di quel messaggio. Decise quindi di chiamarlo.
“Stamattina ho tagliato la quercia” rispose Roberto. “Sarà che oggi non c’era nebbia o che il rumore della motosega attirava l’attenzione… comunque ho visto un po’ di gente correre tra i campi. Tutti a fare footing! Evviva! E tutti che si fermavano a guardarmi sgobbare. Pensa, qualcuno si è messo pure a fare un selfie, come se non avessero mai visto un albero fatto a pezzi con una motosega…”
Roberto era dunque di buonumore. Dopo uno scambio di battute goliardiche, si salutarono. Matteo si chiese se le persone che si erano fermate a fare foto avessero immortalato davvero l’albero abbattuto. Dopotutto, ciò che destava maggiore curiosità era il tronco mozzo con la sommità carbonizzata: visto dal sentiero, era in primo piano. Si ripromise di chiederlo a Roberto non appena lo avesse visto.

Passarono alcuni giorni. I due amici non ebbero occasione di sentirsi e quell’albero abbattuto sembrava definitivamente svanito con tutte le loro supposizioni. Nessuno ne parlò in città. Nessuna foto circolò sui social network. Tutto lasciava supporre che la bravata fosse stata ignorata e praticamente dimenticata. Finché un giorno un nuovo messaggio non giunse sullo smartphone di Matteo. L’aveva inviato Roberto. “Ci risiamo”. Seguì un secondo messaggio con un’immagine eloquente.
Un altro albero abbattuto.

“Bene” sospirò ironicamente Matteo.
Giunto sul luogo con Roberto, la scena era pressoché identica a quella precedente: albero segato a mezza altezza e spinto via di lato, tronco bruciacchiato da un tentativo di torcia svedese, terreno intorno alle radici divelto. Questa volta, notò Matteo, forse era proprio il terreno a fare la differenza in quanto sembrava zappato e vangato più in profondità.
“Questa storia comincia a scocciarmi” sentenziò Roberto.
Comprensibile, pensò Matteo. “Ieri c’era nebbia?” chiese.
“Sì.”
“E…”
“… e sempre di notte” lo prevenne Roberto. “Questa volta sono sicuro che è successo stanotte, perché ieri sono passato di qui e tutto era a posto.”

Matteo non sapeva cos’altro dire. La cosa che non riusciva a spiegarsi era il terreno. Perché zappare intorno alle radici? Finché si fosse trattato di una bravata, la logica, per quanto bizzarra, poteva limitarsi nel tagliare l’albero e nell’appiccare il fuoco. Perché prendersi la briga di zappare intorno alle radici? Cercò di immaginare quanto tempo potesse occorrere per un’operazione del genere. Almeno un paio d’ore. Agire di notte – con la nebbia – anziché di giorno, poteva significare solo una cosa: chiunque ci fosse dietro quegli episodi, stava cercando qualcosa. Qualcosa probabilmente sotterrato ai piedi di un albero. Ma se così fosse, perché abbattere l’albero per dare fuoco al tronco?
Avrebbe voluto esporre i suoi dubbi a Roberto ma, vedendolo sbuffare infastidito, decise di tenere quelle domande per sé. Non voleva innervosirlo oltre.
“Questa volta dovrò rimuovere il tronco mozzo dal terreno, con tutte le radici” disse. “Guarda come hanno ridotto il fossato dell’irrigazione: è completamente ostruito!” esclamò.
Matteo non aggiunse altro. Osservò le luci del tramonto sbiadite dalla nebbia che cominciava a incombere sulle campagne intorno. Si chiese quali altri misteri avrebbe portato la nuova notte nebbiosa.

“Puoi venire?”
Matteo riconobbe la voce di Roberto al telefono. Aveva risposto senza guardare il display, cercando il telefono alla cieca che suonava sul comodino. Passarono una manciata di secondi prima che si rendesse conto dell’orario. Dieci minuti alle sette del mattino.
“Ehi, puoi venire?” insisté Roberto.
“Sì, sì” rispose Matteo riscuotendosi dal torpore del sonno. “Ma dove, scusa?” aggiunse subito.
“Qui…”
“Qui dove?”
“Qui… all’albero.”
La voce di Roberto tradiva inquietudine, le parole dette con fatica.
“È successo qualcosa?”
“Non saprei, vieni a vedere. Ora.”

Matteo fece il più presto possibile. Trovò Roberto al cospetto dell’albero abbattuto il giorno precedente. Prima di ridurre in ceppi quella seconda quercia, aveva rimosso dal terreno la parte di tronco carbonizzato servendosi del trattore. Ora era lì, motore spento, con l’ammasso di radici strappate dalla terra e una piccola voragine aperta nel terreno. Lui immobile, una sagoma stagliata nell’aria lattiginosa. Per un attimo Matteo si chiese se non stesse sognando.
“Guarda.”
Matteo volse lo sguardo alla piccola voragine ma dai cenni di Roberto capì che non era lì che doveva concentrare la sua attenzione. L’amico stava osservando le radici estirpate, il cui ammasso informe era ancora legato al trattore tramite il tronco mozzo. Matteo osservò a sua volta e fu in quel momento che lo notò. Sotto l’enorme groviglio scuro risaltava un piccolo oggetto: colore chiaro, tendente al grigiastro, vagamente sferico. Impossibile non notarlo. Matteo si avvicinò per capire meglio cosa fosse. Poi ebbe un sussulto.
Stava osservando un teschio.
O almeno, quello che ne rimaneva.

Saldamente incastrato sotto le radici, ne era diventato parte. La mandibola era andata perduta, forse trascinata via dalla radice che ora pareva prenderne il posto. Un’altra radice, più piccola, attraversava l’orbita dell’occhio sinistro. Una vista decisamente singolare. E macabra. Poi l’abbaiare lontano di un cane riscosse i due amici, frantumando il silenzio che pareva essersi cristallizzato.
“Lascia tutto così com’è” disse Matteo. “E chiamiamo i carabinieri.”
“Cosa pensi che faranno?”
Quella domanda gli parve un po’ insensata.
“Non lo so…” rispose Matteo quasi stizzito. “Credo niente. Quel cranio è talmente incastrato che deve essere lì sotto da anni, forse da decenni. Non vedo come possa essere stato infilato sotto, con tutte quelle radici che gli girano attorno. Ma è meglio informarli. È evidente che qui sotto c’era un cadavere. Se ci saranno indagini da fare, lo decideranno loro. Informiamoli e basta. Raccontiamo loro tutto dall’inizio… Se non altro, magari la vicenda avrà un certo clamore e chi si è divertito a bruciare gli alberi smetterà per un po’…”
Con riluttanza, Roberto prese il telefono. Avere clamore intorno a quella brutta storia era l’ultima cosa che desiderava. Ma lo consolò l’idea che forse tutto sarebbe finito alla svelta. Del resto, non poteva certo fare finta di nulla e tornarsene in fattoria con un teschio aggrappato alle radici, come se nulla fosse.
“Ma che cazz…” sbuffò agitando il cellulare.
“Che c’è?”
“Non ho più segnale” disse. “Eppure poco fa ti ho chiamato…”
Matteo estrasse il suo telefono per comporre il numero dei carabinieri ma esitò. Anche il suo telefono perse il segnale. Poi si spense improvvisamente.
Guardò Roberto incredulo e capì che anche il suo apparecchio si era spento di colpo.
Poi i cani, oltre la nebbia, cominciarono a guaire.

Confesso di aver provato un attimo di terrore cieco, quel giorno. Un lungo, interminabile attimo. Sarà stata la situazione particolare, l’atmosfera ovattata della nebbia, il guaire dei cani. Non so che altro. Quella brutta storia, senza capo né coda, aveva acquisito il suo carico di soggezione per il solo fatto di essere iniziata la notte di Halloween. Ma non avevo voluto cedere alle coincidenze. Come Roberto, sono sempre stato un tipo molto pratico, sempre alla ricerca di spiegazioni logiche. Niente streghe, niente demoni, niente fantasmi. Ma a volte, per stare meglio, bisognerebbe imporsi un ultimo mantra: niente domande.
Niente domande perché non ci sono risposte.
Oppure niente domande perché certe risposte è meglio non saperle.
La nostra logica può arrivare fino a un certo punto. Oltre c’è solo l’inspiegabile.
Quella storia, per quel poco che hanno potuto appurare i carabinieri, era iniziata (o finita) trent’anni prima: a tanto risaliva la sepoltura di quel teschio. Trent’anni. La stessa età della quercia abbattuta: per uno strano scherzo del destino ci era cresciuta sopra e le sue radici, con il passare del tempo, si erano avviluppate intorno covandone allo stesso tempo il segreto. Ma dov’era il resto del corpo? E soprattutto perché qualcuno si era messo alla ricerca di quell’oscuro segreto? Per quale motivo aveva bruciato gli alberi prima di scavarne le radici?
Niente domande. Certe cose sono destinate a rimanere sfuggenti. Come il motivo per cui i nostri cellulari si erano spenti nello stesso istante. Quell’attimo di terrore cieco, amplificato dal guaire dei cani (si sa, gli animali percepiscono meglio di noi certe cose) dicevo, durò pochissimo perché poi risuonarono poco lontano le sirene degli allarmi delle case ai margini dei campi, ancora nascoste dalla nebbia del mattino. Succede ogni volta che viene interrotta la fornitura di energia elettrica. Ecco perché i nostri cellulari si erano spenti. C’era stato un blackout. Sono trascorsi dieci giorni e solo ora, che ho deciso di mettere per iscritto questa storia senza capo né coda nel vano tentativo di riordinare le idee, trovo il coraggio di ammettere a me stesso che i cellulari avrebbero dovuto rimanere accesi perché funzionano a batteria. Ovvio. L’avevo già capito la sera di quello stesso giorno, uscendo dalla caserma dei carabinieri dopo aver sbrigato alcune pratiche in seguito alla denuncia. Solo mi ero semplicemente ostinato a trovare una spiegazione che legasse il blackout allo spegnimento dei nostri telefoni. Finché non ho dovuto rinunciare: dalle indagini era emerso che non c’era stato nessun blackout. In sostanza, le sirene di quella zona si erano messe a suonare quasi contemporaneamente senza un motivo apparente.

Niente domande. Ho detto niente domande.

(C) 2018 – Darius Tred

Il gran finale

L’avevo detto: di cose sfuggenti ce ne sono molte, a partire dal gran finale. Gran finale che forse non c’è. Ma ognuno potrà immaginarsi il proprio: non è forse questo il miglior finale? Magari quando vi capiterà di sentir suonare un allarme. Magari di notte. Con la nebbia. Oppure quando vedrete un albero abbattuto.
Ecco: magari se ne vedete uno sradicato, non fermatevi a guardare sotto le radici 😉 .

10 commenti su “Il rito incompiuto

  1. Più che un rito incompiuto, un racconto incompiuto! Lo dico sempre io che con sta storia dei finali aperti, gli scrittori si salvano dal prendere una decisione, la più difficile di tutto il testo. 😀
    Non c’è nebbia, e per la verità è almeno un decennio che non vedo una nebbia fatta come si deve. Gli allarmi che suonano di notte o sono impianti configurati male o sono quelli delle serre che vanno troppo giù in temperatura (e non so perché debba scattare l’allarme, ma così me l’hanno spiegata). E se trovo un albero abbattuto, più che guardare le radici, io guardo… il giardiniere!! 😀 😀 😀

    1. 😀 😀 😀
      Be’, non puoi certo dire di non essere stata avvisata: su Facebook ho condiviso il link dicendo chiaramente di non leggere questo racconto e di scegliere il dolcetto invece dello scherzetto… 😉

      Ti è piaciuto?
      Lo scherzetto, dico… 🙂

  2. Ma Darius, mi hai lasciata a bocca asciutta! Uffa. Comunque bel racconto, adoro quando imparo qualcosa di nuovo da ciò che leggo, ora so come fare una torcia svedese. Ma non mi metterò certo a scavare tra le radici… Buona Santa Lucilla in ritardo! 😀

  3. La storia è davvero ottima, si legge di vero gusto… ma riguardo al finale e all’aspettativa sai già come la penso, amico mio 🙂

      1. Grazie a te per averlo condiviso. Quest’anno, perso tra le pagine de L’origine delle specie, non avevo ancora letto niente che potesse farmi entrare in clima Halloween. Confesso che l’atmosfera mi mancava 😀

  4. Ecco, io, previdente, conoscendoti, ho scelto il dolcetto! 💀💀
    Vabbè, dai, poi, curiosa sono venuta a scoprire lo scherzetto…, anche se fuori tempo.
    Mi permetti un po’ di cinismo?
    In questi giorni non è difficile trovare alberi divelti in giro! 😟

    1. Quindi hai fatto dolcetto+scherzetto. Se non è cinismo questo… 😀

      Lo so, è caduto qualche albero di troppo ma, giurin giuretta, avevo il racconto sulla punta delle dita da un po’ di tempo.

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