Tu scrivi, io leggo. Sembra semplice.
Il lettore, quando legge un romanzo, è sempre accompagnato dall’idea inconscia di trovarsi di fronte a uno scritto prodotto esclusivamente da uno scrittore. Tutte le figure che ruotano attorno alla realizzazione di un romanzo restano sullo sfondo, spesso nemmeno percepite. Editor, correttori di bozze, traduttori, lettori-beta. Fantasmi. Benché ognuno rivesta un ruolo ben definito con scopi ben precisi, queste figure sono visibili – e distinte – solo agli addetti ai lavori. Per il resto (e credo di potermi riferire alla stragrande maggioranza dei lettori), sono tutte etichette che riscuotono al massimo un sopracciglio inarcato. Editor? Chi è l’editor? Provare per credere: chiedete a dieci amici che sapete essere lettori più o meno assidui e ne vedrete delle belle.

Di recente ho letto Teutoburgo, di Valerio Massimo Manfredi.
Ho fatto fatica. Più volte avrei voluto piantarlo a metà, più volte mi sono figurato su Twitter ad affibiargli l’hashtag che ha riproposto tempo fa Marina Guarneri sul suo blog , #cosahosmessodileggere.
Eppure Manfredi è un autore che ho sempre apprezzato: ho letto molti suoi libri, tuttora una batteria di dorsi sulla mia libreria porta il suo nome. Ma Teutoburgo ho fatto davvero fatica a leggerlo. Ritmo lento, trama che non decolla, alcune frasi raffazzonate, alcuni termini improbabili, scene grossolane. Può darsi che l’autore non abbia dato il meglio di sé. Oppure può darsi che sia stato fatto un editing infelice. O magari correzioni sfuggite. Oppure correzioni segnalate ma ignorate. Impossibile saperlo.

Una cosa, però, è sicura: la stragrande maggioranza dei lettori, esattamente la stessa stragrande maggioranza che “vede” solo lo scrittore ignorando l’esistenza degli altri addetti, terminerà la lettura sentenziando sulla pelle dell’autore, unica persona il cui nome compare chiaro sulla copertina.

Tutte quelle figure che si sono alternate per arrivare alla pubblicazione del romanzo, magari determinandone l’eventuale insuccesso (le mie osservazioni, dopotutto, sono soggettive), verranno oscurate quindi dal nome dell’autore. C’è una figura che, più di tutte, viene sovente nascosta e che, paradossalmente, risulta ancora più determinante di tutte le altre, forse ancora più dell’autore stesso.
È il traduttore.

Il traduttore, ove presente (non è il caso di Teutoburgo), ha un ruolo ancora più delicato perché, per certi versi, oltre a fare il lavoro vero e proprio di traduzione, ha il compito di traghettare una storia da una cultura all’altra cercando di mantenerne intatte tutte le possibili sfumature che, a volte, possono andare perse anche solo nella scelta delle singole parole. Una o due parole invece di altri sinonimi ed ecco che cambia il “pathos” dell’intera frase, ecco che nella mente del lettore si accendono certe emozioni a scapito di altre.
Emozioni innescate involontariamente dal traduttore, dunque.
Che sono magari simili a quelle che intende innescare l’autore nell’opera in lingua originale.
Simili, ma diverse.

Di recente mi sono imbattuto in questa descrizione della figura del traduttore:

Ogni libro è un dialogo. Lo è per lo scrittore, che nella pagina bianca ha già la platea dei suoi interlocutori; lo è per il lettore, che nella distesa di parole trova infinite occasioni per porre delle domande. La distanza temporale di cui sembra soffrire questa forma di comunicazione non indebolisce la sua natura di dialogo, anzi ne specifica la dimensione più propria: quella dello studio. La differita, a cui siamo sempre meno inclini, ci ricorda che il dialogo è un modo eminente di studiare. Ogni volta che dialoghiamo stiamo studiando.
C’è una figura che nelle maglie di questo discorso ha il suo campo d’azione: il traduttore. Il suo rapporto con il testo sintetizza quello dello scrittore e del lettore, ma non ne viene definito. E’ infatti un essere anfibio, caratterizzato da una doppiezza intrinseca, affetto da uno strabismo necessario a tenere d’occhio contemporaneamente due mondi; tesse fili che non si devono vedere, puntella di architetture provvisorie corrispondenze lessicali e strutture sintattiche; trasloca poi il corpo del testo per ricollocarlo nella migliore posizione possibile. Quando il suo lavoro è finito deve cancellare tutte le tracce, defilandosi nello spessore millimetrico delle pagine. E’ lì che in fondo dimora, e da lì instaura il suo dialogo e orchestra quello degli altri.

[Tratto da La fisica degli angeli, Nota del traduttore Michele Trionfera]

Non c’è che dire. Come descrizione personalmente la trovo molto calzante.
Il traduttore è quindi un altro di quei fantasmi dell’opera – opera narrativa, intendo – che spesso determina, all’estero, il successo (o meno) di un’opera. Una figura che “tesse fili che non si devono vedere”, un altro professionista la cui presenza non sempre viene percepita, tanto che si parla dell’ultimo successo del tal autore, non della relativa ottima traduzione. Convengo che può essere una pignoleria bella e buona, detta così. Tuttavia è fuori discussione il fatto che l’impatto di certi autori stranieri è diverso a seconda del traduttore coinvolto.

La responsabilità della traduzione però non è limitata solo al successo internazionale di un certo autore. Va oltre, molto oltre. Il traduttore, oltre a tessere “fili che non si devono vedere”, terminato il lavoro “deve cancellare tutte le tracce”. Cosa succede però se il traduttore, finito il suo lavoro, involontariamente o – peggio – volontariamente, non cancella tutte le sue tracce?

Potrei esagerare e dire che il mondo, per come lo vediamo noi oggi, è stato influenzato molto dall’opera dei traduttori – a volte eccelsa, a volte raffazzonata – che si sono susseguiti nel corso dei secoli. Esagerato? Esagerato.
Ma dovremmo ricordarci di questa influenza ogni volta che vediamo la figura di Mosè ritratto con le corna. Dovremmo ricordarcene ogni volta che sentiamo la frase del vangelo secondo la quale è “più facile che un cammello passi per la cruna di un ago”.
Per non parlare di eventi epocali dove un lavoro di traduzione ha avuto un peso determinante: Martin Lutero ne sapeva qualcosa.

Ma è bene non esagerare. Dopotutto, tra la responsabilità della finzione e la responsabilità della traduzione, direi che un romanzo, per quanto possa sembrare innocuo una volta uscito dalla penna dello scrittore, reca sempre con sé un insospettabile carico di conseguenze.

Al lettore spetta la responsabilità di dare loro il giusto peso e la giusta dimensione.

2 thoughts on “La responsabilità della traduzione

  1. Non c’è solo la traduzione della Bibbia e di altri testi sacri, ma ricordo che qualcuno sollevò la diatriba anche sulla traduzione di certi discorsi di Osama Bin Laden e pure di alcuni trattati economici, che ce li spiegano in un modo e se vai a vedere il testo dicono tutt’altro…
    Se torniamo alla narrativa, io vorrei capire perché preferisco i romanzi stranieri, pur con il dubbio di una traduzione pesante. Possibile che i nostri traduttori siano più bravi dei nostri scrittori madrelingua? Possibile che gli scrittori stranieri, anche quando gli sbagli una traduzione, risultano più godibili dei nostri scrittori italiani? Oppure è il marketing della case editrici estere a produrre un risultato migliore? O è l’ambientazione straniera ad attirarmi maggiormente? Non lo so…ma da quando conosco un traduttore professionista (e mi fa ancora effetto trovare il suo nome sulle copertine a casa 😀 ) e sento quel che mi racconta, ho ancora più rispetto del loro terribile lavoro. Più di un anno per tradurre un romanzo storico, con le note originali dello scrittore, nella sua lingua. Capisci che non solo devono conoscere due lingue ma anche far propria la materia del libro. Un lavoraccio!!!
    Tant’è vero che per risparmiare le case editrici cambiano il traduttore e il lettore lo sente, solo che in genere cosa scrive? “Non so cosa è successo all’autore, non sembra più lui!”




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    1. Pur non essendo traduttore, non fatico a immaginare che tale mestiere deve essere proprio un lavoraccio.

      Sul fatto che si tenda a preferire gli scrittori stranieri penso che pesi un po’ il fascino per l’esotico. Può essere? Un po’ quello che succede nel turismo: noi italiani troviamo appetibili mete estere mentre tutto il mondo ci invidia l’Italia.

      La traduzione della Bibbia è un vero e proprio campo minato, anche se in questo caso entrano in gioco dinamiche che vanno al di là del puro significato del testo.

      In merito alle case editrici che cambiano traduttore, non eri forse tu che parlavi di un fenomeno del genere accaduto con i romanzi della Gabaldon?




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