“Un indizio, signor Holmes? Di che si tratta?”
“Tutto dipende da come si comporterà il revolver del dottor Watson”, rispose il mio amico. “Eccolo. Ora, sergente, potrebbe procurarmi dieci metri di spago?”
[…] Mentre camminavamo, aveva legato un’estremità dello spago al calcio del revolver. Eravamo arrivati sulla scena della tragedia. Sotto la guida del poliziotto, segnò con estrema attenzione il punto esatto in cui era stato ritrovato il corpo. Frugò poi tra le felci e l’erica fin quando trovò una pietra di discrete dimensioni. La lego all’altro capo dello spago, calandola poi dal parapetto del ponte così da farla dondolare sopra l’acqua. Tornò poi nel punto fatale, poco lontano dal ponte, tenendo in mano la mia pistola così che la corda rimaneva tesa fra l’arma e la pesante pietra all’altro capo. “Adesso!”, gridò.
Si puntò la pistola al capo, poi lasciò la presa. In un secondo l’arma, trascinata dal peso della pietra, rimbalzò con un colpo secco sul parapetto per poi scomparire nell’acqua. E già Holmes si era inginocchiato accanto al muretto e aveva lanciato un grido di gioia, trovando ciò che si era aspettato.
“Poteva mai esserci una dimostrazione più lampante?”, esclamò. “Guardi, Watson, il suo revolver ha risolto il caso!”, e indicava una seconda scheggiatura, identica alla prima, che era apparsa sul bordo inferiore del parapetto.

***

“Santo cielo, Holmes! Il mio revolver è finito in acqua!” risposi seccato. “Mi può spiegare per quale dannato motivo ha inscenato tutto questo?”
“Ah, Watson, davvero non le è chiaro? Non la vede questa seconda scheggiatura?” ribadì il mio amico.
Guardai piccato le due scheggiature e, a dire il vero, non mi parevano affatto identiche. Decisi tuttavia di assecondare Holmes per capire dove volesse andare a parare.
“Mi pare evidente che la signora Gibson abbia voluto suicidarsi inscenando un’omicidio. Ed era talmente decisa nel suo intento da escogitare questo geniale stratagemma per disfarsi della pistola, farla finire nello stagno e…”
“Holmes, dannazione!” lo interruppi io. “Questo mi è chiaro! L’ho capito fin dal momento in cui ha legato la pietra e il mio revolver con lo spago! E’ evidente, non crede? La pistola sarebbe stata trascinata giù nell’acqua nell’esatto momento in cui l’avrebbe lasciata andare. Quello che mi chiedo io è perché tentare di riprodurre una seconda scheggiatura quando sarebbe stato più semplice cercare la pistola della signora Gibson sul fondo dello stagno!”
Holmes rimase interdetto.
“E mi chiede pure se poteva esserci una dimostrazione più lampante!” sbottai.
Holmes parve capire le mie ragioni, tuttavia decise di non darlo a vedere.
“Be’, Watson, almeno abbiamo risparmiato al sergente l’incombenza di perlustrare tutto lo stagno…” disse.
“Andiamo, Holmes! Quanto sarà profondo questo stagno? Forse poco più di un metro… E se davvero era così convinto della sua teoria non avrebbe dovuto far altro che calarsi in quel punto in corrispondenza della prima scheggiatura, perché solo lì può essere andata a fondo la pietra con la pistola della signora Gibson! Non sarebbe stato affatto necessario perlustrare tutto il fondo dello stagno!”
Holmes osservò la scheggiatura e si sporse dal parapetto per guardare di sotto.
“Vuole che glielo dimostri?” dissi infine. Non gli diedi nemmeno il tempo di rispondere. Scesi dal ponte e aggirai quel paio di massi che separavano il canneto dalla sponda. Arrivai nel punto esatto in cui era caduta la pietra con il mio revolver. L’acqua mi arrivava poco sopra le ginocchia. Senza alcuna esitazione mi rimboccai le maniche e dopo un paio di minuti tirai fuori dall’acqua le due pietre con le pistole. Da una mano pendeva il mio revolver, mentre dall’altra la pistola della signora Gibson.
“Allora, Holmes, che gliene pare? Quanto tempo ho impiegato a verificare la sua teoria?”
“Eccellente, Watson!”
“La verità, Holmes, è che lei a volte non sa proprio rinunciare a quella sua teatralità nel dimostrare le sue idee. Ma, mi dica, cosa avrebbe fatto se il mio revolver non avesse provocato la seconda scheggiatura?”

Il vero ribelle

Agli amanti di Sherlock Holmes non sarà sfuggita la prima parte di questo pseudo-racconto: si tratta infatti di un’estrazione di “Il problema di Thor Bridge”, contenuto ne “Il taccuino di Sherlock Holmes”.
La seconda parte, be’, l’ho inventata io di sana pianta 😉 e l’ho inventata perché il vero ribelle in realtà sono io.
Io lettore.

Dopo aver letto il racconto (che qui non riassumo per lasciare la sorpresa a chiunque volesse andare a rileggerselo e, chissà, magari farsi una propria idea) ho trovato che l’autore, sir Arthur Conan Doyle, abbia decisamente forzato la mano ai suoi personaggi optando per una scena troppo tirata per i capelli. Esattamente quella descritta nella prima parte, quella in cui Holmes fa la sua scenetta al termine della quale, come se non bastasse, chiede pure se “poteva esserci una dimostrazione più lampante”.
Ecco: quando ho letto quella domanda pronunciata da Holmes, come lettore mi sono sentito chiamato in causa da sir Arthur in persona. “Certo che c’è un modo più lampante e ovvio!”, mi son detto.

Solo ho trovato un modo pittoresco per dire la mia, inventandomi la ribellione di Watson e facendo fare a quest’ultimo, per una volta, la figura di colui che ha avuto l’idea più naturale, ovvia, lineare, brillante.

E, soprattutto, spontanea.

La spontaneità

Come lettore ho già avuto modo di bacchettare sir Arthur in passato e può darsi che anche questa volta la mia sia pura e semplice pignoleria, ma quando leggo faccio molta attenzione alla spontaneità con cui un autore muove i propri personaggi. Da essa deriva la credibilità della storia. E dalla credibilità dipende una parte consistente della buona riuscita di tutto l’impianto narrativo.

8 commenti su “La ribellione di Watson

  1. Occhio, Darius, non dissacrarmi Sherlock!
    Non fare il sacrilego con Il primo personaggio letterario di cui mi sono innamorato!
    Occhio ché dopo il primo ammonimento scatta la scomunica!
    😀 😀 😀

    1. Nessuna dissacrazione ma pura e semplice obiettività. Ho trovato diversi passaggi nelle avventure di Sherlock Holmes in cui la spontaneità è stata messa un po’ da parte. Questa di Thor Bridge, però, è stata troppo eclatante per passare inosservata… 😉

  2. Non sono convinta. Qui non è la spontaneità dell’autore, ma la teatralità di Holmes personaggio. Sarà che ho in mente lo spaccone di Robert Downey jr. Ma se ad Holmes piace mettere in scena questi teatrini perditempo solo per ridicolizzare i presenti (come avete fatto a non arrivarci? sembra dire) perché l’autore dovrebbe nasconderlo? 🙂

    1. Diciamo che il racconto in questione, Il problema di Thor Bridge, è uno di quei racconti in cui la teatralità di Sherlock è molto prossima allo zero. Son ben altri i racconti e le situazioni in cui questa sua caratteristica emerge nettamente.

      In ogni caso, io penso che sir Arthur avrebbe potuto benissimo salvare capra e cavoli (vale a dire “spontaneità dell’autore” e “teatralità del personaggio”) lavorando un po’ di fantasia e partorendo un incidente probatorio molto meno tirato per i capelli.

      Parere personalissimo di lettore, chiaramente. Lettore ribelle 😛 .

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