Doveva essere un’allegra chiacchierata.
E invece la serata con Emme si è trasformata in una partita a scacchi, una partita dove i pezzi da muovere non erano re, regine, cavalli e alfieri, bensì parole, frasi e sguardi indagatori. Parole che dovevano essere ben dosate, frasi che dovevano essere ben strutturate, affinché Emme potesse rispondere con un sì o con un no, con occhi pronti a leggere le espressioni tra una risposta e l’altra. Il tutto per non irritare quella dea assai suscettibile che è la Privacy con tutti i suoi adepti.
Una partita con un soggetto del genere potrebbe essere molto estenuante. Ma la curiosità che ti rode dentro quando vuoi “sapere” potrebbe esserlo molto di più. Ecco il motivo per cui non mi sono rassegnato, pur sapendo che l’unica possibilità che avevo di vincere era puntare dritto allo scacco matto, perché anche la cosiddetta patta, vale a dire un pareggio senza vincitori, con Emme sarebbe stata una sconfitta.
Di ritorno dalla Svizzera, sapeva che lo aspettavo al varco. Lui, con la sua storia complicata.

“Sant’Iddio, M*** ! Che bisogno c’è di trincerarsi nel tuo mutismo? Stiamo parlando senza soggetti! Stiamo parlando di una storia che ti è stata raccontata! Quindi neanche dei tuoi pazienti… E come se non bastasse, la tua interlocutrice vive dall’altra parte dell’oceano e non mi hai dato nemmeno il suo nome, visto che la chiami L!”
Ero spazientito. E lui? Per tutta risposta, è scoppiato a ridermi in faccia.
Bastardo, gli ho detto.
Esagerato, mi ha risposto.
Siamo fatti così. Possiamo mandarci tranquillamente a fanc*** e riderci sopra due minuti più tardi. Ce lo possiamo permettere: ci lega un’amicizia di lunghissima data, quel tipo di amicizia che nasce tra i banchi di scuola e che rimane intatta nonostante gli anni di vita-studio-lavoro trascorsi lontani l’uno dall’altro, anni che ci hanno imposto bivi, io di qua, tu di là. Anni che ci hanno messo la cravatta, anche se gli occhi della mente vedono ancora le magliette sudate dei bei tempi andati, delle partitelle a calcetto fatte qui al paesello.

I dubbi del dottor Emme.Di.Ti.

E così Emme, dove aver preso in mano il tablet, dopo aver chiesto “come hai detto che si chiama il tuo ca**o di blog?”, ha riletto la storia complicata.
Non sono sicuro se l’abbia riletta per ricordarsi dove fossimo rimasti. Può essere che l’abbia letta per fissare bene in mente cosa (continuare a?) omettere.
In ogni caso, visto che era mezzanotte passata, mi ha promesso un’e-mail il giorno dopo.
Il “giorno dopo” non era esattamente il mio “subito”: non sapevo se la lunga, estenuante partita a scacchi era finita in patta. O in scacco matto. A mio favore, poi? O a favore di Emme? Non saprei dire.
In ogni caso, il giorno dopo, l’e-mail promessa è arrivata. L’ho riletta più volte, incerto sul da farsi. E alla fine ho deciso di lasciarla così, nuda e cruda esattamente come mi è arrivata, limitandomi a correggere i palesi errori di battitura. Non è esattamente uno dei ghost post di Emme, ma penso che valga lo stesso la pena di pubblicarla. E di chiudere (?) questa storia.

La seconda lettera

Caro Darius, sto scrivendo di getto, quindi non mi rompere i maroni su errori, congiuntivi e altre minchiate del genere. Scrivo di fretta. E scrivo senza rileggere perché non ho tempo di farlo. Alle undici ho un appuntamento e poi sarò via a Roma per due giorni. Quindi lascio a te, se vorrai farlo, il solito sporco lavoro di correzione e ricami letterari. So che in fondo ti diverti…
Ieri ho riletto la storia complicata. Bene. Dopo che sono stato in Svizzera, direi che la storia da complicata si è trasformata in storia delicata. Io per primo, quando ne ho riparlato con L, non ho sentito la necessità, la volontà, la voglia di approfondirla. Questo è il motivo per cui, anche volendo, non ho modo di rispondere a tutte le domande che ti verranno in mente.

Ricapitoliamo. Eravamo rimasti a quella coppia di studiosi, con la figlia prodigio di sette anni in grado di leggere l’ebraico antico. La loro storia la conosci e risale a poco più di due anni fa, momento in cui lui, archeologo, ha fatto perdere le sue tracce dopo che la figlia, con le misteriose capacità, aveva mandato in crisi tutte le sue certezze accademiche. Cosa abbia fatto in questi due anni e dove sia stato, non ci è dato saperlo. Ad ogni modo, è ricomparso di recente, credo lo scorso giugno, per portare via con sé la figlia. Ha lasciato una lettera alla moglie, la famosa lettera che costei ha trovato a fianco della bibbia aperta su quel versetto della genesi eccetera eccetera. Dico “famosa” perché quella lettera, che L ha avuto dalla moglie, poi è misteriosamente scomparsa. Qualcuno l’ha fatta sparire, non si sa perché. L voleva farmela leggere e, per evitare di farlo al telefono (notare il livello di paranoia), mi aveva dato appuntamento in Svizzera. Ma nel frattempo qualcuno l’ha trafugata dal suo studio.
Per fortuna L ha buona memoria e si è appuntata i passi salienti. Anche se nel frattempo è arrivata una seconda lettera da parte dell’archeologo…
Arriviamo così ai giorni nostri, in Svizzera.

Dalla seconda lettera che mi ha fatto leggere L, che ha avuto ancora una volta dalla moglie, emerge il fatto che il padre ha pensato bene di far fare una perizia psichiatrica sulla bimba. E, subito a seguire, ben tre ipnosi regressive con tre specialisti diversi, l’uno all’oscuro dell’altro. Una sorta di peer-review, il tutto in questi ultimi mesi. Quindi ha risparmiato un sacco di lavoro, e forse un sacco di grane, sia a L che a me. Insomma, il padre archeologo, a quanto pare, voleva essere sicuro di quello che avrebbe potuto emergere andando a fondo a questa storia. La bimba l’ha portata via perché sapeva che la moglie, fervente cattolica, non avrebbe mai consentito l’ipnosi regressiva. Veniamo al dunque: che tu ci creda o no, la bimba è la reincarnazione di una studiosa di ebraico antico assassinata negli anni Trenta. Dove? In Egitto. Ovviamente parliamo di due vite fa, visto che la bimba ha meno di dieci anni mentre la studiosa è vissuta grosso modo ottanta, novant’anni fa. Comunque sia, la tipa all’epoca lavorava su reperti provenienti dalla tomba di Tuthankamon. E ovviamente a quei tempi, doveva aver scoperto qualcosa di molto delicato. Per questo motivo qualcuno ha pensato bene di farla fuori. Come molti altri studiosi in quegli anni. Lascia perdere la maledizione, non è mai esistita, credimi. Cosa abbia scoperto non è dato saperlo. Ma non so tu, io ho come la sensazione che nessuno abbia realmente voglia di saperlo. Anche perché questa storia sta diventando torbida: la moglie, dopo aver fatto avere la seconda lettera a L, non è più rintracciabile. Magari ha solo deciso di prendersi un periodo di riflessione, lontana da tutto e da tutti. Ma L è un po’ inquieta. E mi sta andando in paranoia, il che, per una strizzacervelli, è tutto dire.
Ora capisci il perché del mio “mutismo”?
La seconda lettera dell’archeologo conteneva anche molto altro.
Hai mai sentito parlare del Bible Project? Non aprire Google, troveresti solo un sacco di siti civetta. Sono fioriti per nascondere il vero Bible Project che, pur non avendo un sito ufficiale (niente pubblicità), viene citato spesso in siti di “settore”. In due parole, è un progetto nato negli anni Cinquanta per tradurre da zero la Bibbia. E quando dico da zero, intendo dire da zero. Tabula rasa. Qualcosa che va ben oltre la tradizione (e traduzione) masoretica sulla quale sono basate tutte le bibbie moderne che abbiamo in casa. Il progetto parte da documenti storici rinvenuti di recente, non solo dal Mar Morto e da Nag Hammadi. Ci sono altri siti archeologici che non hanno ricevuto, ma guarda un po’ che strano, gli onori della cronaca. Il vero Bible Project è stato istituito dalla Hebrew University di Gerusalemme e raccoglie studiosi e traduttori di tutto il mondo. In tutto una cinquantina, pare. Si sono dati duecento anni di tempo (duecento, non sto scherzando) per tradurre l’intera bibbia usando esclusivamente tecnologie e conoscenze moderne. Ti chiederai cosa c’azzecca tutto questo con la storia complicata. Non è evidente? Prova pensa dove si trova ora l’archeologo con sua figlia. Esatto. Se pensi che sia un lavoro da topi di biblioteca, piegati su tomi polverosi e lenti d’ingrandimento, be’ ti sbagli: hai mai sentito parlare di fluorescenza a raggi X? È una tecnica all’avanguardia che viene utilizzata anche nell’analisi di reperti antichi. Un’autentica cannonata: praticamente, con opportuni accorgimenti, permette di leggere le impronte molecolari delle sostanze chimiche. In questo caso specifico viene usata per leggere persino le scritte cancellate sui papiri. Sì, perché gli scribi riciclavano spesso i papiri cancellando le scritte vecchie e riscrivendoli daccapo. Grazie al cielo (o per nostra disgrazia, chissà) l’inchiostro che usavano era molto ricco di ferro. E il ferro, che ha impregnato a lungo il papiro, viene rilevato con facilità da una scansione con fluorescenza a raggi X. Non chiedermi come, non ricordo tutti i dettagli e poco importa. Ti basti sapere che emergono notevoli testimonianze scritte, corrette e rimaneggiate a seconda delle convenienze del momento. La fluorescenza permette di individuare quanto rimosso nel corso dei secoli.
Il tutto scritto in ebraico antico.
Che poche persone al mondo sono in grado di leggere adeguatamente.
Bimba compresa.

La seconda lettera diceva anche molte altre cose. Ma mi fermo qui.
Prendila come il secondo capitolo della tua storia complicata, se vuoi.

Per me è sicuramente l’ultimo.
Ti saluto.

M***

(C) 2017 – Darius Tred

 

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6 thoughts on “La seconda lettera

  1. Ho letto al volo (la curiosità!), dopo rileggo con calma. Però, M caro M, perché sei così drastico? Sicuramente l’ultimo. E su. Questa potrebbe essere una storia da saga.




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  2. Di seguire seguo, eh, ma poi rimango sempre senza parole. Che dire… ho letto tutto ieri sera e sai come m’è finita. Un saluto all’amico Emme: che bel lavoro che s’è scelto! 😄




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