“Bene” disse l’analista.
Chiuse il dispaccio e lo pose sul tavolo. Cercando di dare ordine ai pensieri, prese a tamburellare silenziosamente con le dita. Intanto i minuti scorrevano lenti. Lenti e inesorabili. Serviva una risposta, e serviva alla svelta.
“Questo è un problema. È un grosso problema” aggiunse posando il bicchiere.
Dalla sua terrazza si godeva un panorama incantevole. Lo sguardo poteva spaziare su un’ampia porzione di costa, fin dove il continente cedeva il passo all’oceano anche se in quel momento le nuvole della tempesta ne nascondevano l’orizzonte. Osservò la luna che, quasi beffarda, pareva liberarsi da quelle stesse nuvole per sorgere con tutta la sua silenziosa bellezza. Sembrava incredibile pensare che il grosso problema fosse proprio lì.
Lì sulla luna.
“Dunque, cosa ne pensi?” chiese il funzionario rassegnato.
L’analista tornò con la mente sul dispaccio che aveva appena finito di leggere. Il riassunto della sua squadra di controspionaggio parlava chiaro: il rover cinese, sulla Luna, aveva raggiunto il mare della tranquillità da diversi giorni. E aveva avuto tutto il tempo di girarlo in lungo e in largo. Lo scopo ufficiale della missione Chang’e 4 era noto da tempo: rilevazioni, misure, raccolta di materiale da analizzare, selezioni di campioni da portare sulla Terra, mappatura del suolo lunare. Ma l’intelligence americana sapeva che nella lunga lista di obiettivi ce n’era un altro occulto: non trovare quello che tutti si aspettavano di trovare.
“La penso come allora” rispose infine l’analista. “Avevo avvisato i nostri superiori che il vero scopo della missione cinese era ben altro.”
Il funzionario rimase in silenzio. L’impresa cinese era destinata a passare alla storia come la prima missione dell’umanità che puntava alla faccia nascosta della Luna, là dove mai nessuna navicella, nessun robot, nessuna sonda erano mai arrivati. E così era stato.
“Come sappiamo” riprese l’analista. “la Cina è arrivata sulla Luna dopo gli altri. Dopo gli Stati Uniti, dopo l’Unione Sovietica. Dopo il Giappone, dopo l’Europa, persino dopo l’India. Ma, a mio avviso, è arrivata meglio di chiunque altro.”
Il funzionario non poteva certo dargli torto. Aveva letto quel dispaccio prima di consegnarlo. La missione cinese Chang’e 4 era composta ufficialmente da tre moduli: l’orbiter, il lander e il rover. Queste le definizioni in gergo tecnico. Niente di strano, dopotutto: l’orbiter non era altro che un piccolo satellite in orbita attorno alla Luna il cui scopo era unicamente quello di garantire un collegamento radio con le stazioni cinesi sulla Terra. E mentre il lander era a tutti gli effetti il punto nevralgico dell’intera missione, –  una piccola stazione robotizzata che si era posata sul suolo lunare – , il rover costituiva la parte mobile: un robot con le ruote non molto diverso da tutti quelli che erano stati inviati dagli stessi americani su Marte. I cinesi l’avevano chiamato Yutu, coniglio di giada. E come un coniglio doveva muoversi sulla superficie lunare, buia e desolata, fermandosi qua e là per le dovute rilevazioni.
Nessuno sapeva che oltre al rover Yutu, l’ente spaziale cinese aveva previsto anche la presenza di un secondo rover: più piccolo, agile e versatile, equipaggiato per percorrere in autonomia grandissime distanze. E mentre il primo rover era dedicato a tutte le incombenze di natura tecnica e scientifica – non ultima quella di catalizzare astutamente l’attenzione di tutti gli scienziati del mondo -, il secondo piccolo rover aveva uno scopo più semplice: raggiungere il mare della tranquillità.
“Stavolta, i cinesi hanno giocato d’astuzia” continuò l’analista. “Hanno costruito il secondo rover molto più piccolo del primo, con pannelli solari di nuovissima generazione: un materiale trasparente in grado di catturare l’energia del sole senza rifletterne la luce. Nemmeno il più potente dei nostri telescopi potrebbe notarlo, volendo. Sai come l’hanno chiamato i cinesi, questo secondo rover?”
Il funzionario annuì. Era scritto nel dispaccio, del resto.
“L’hanno chiamato Hulj Jing” continuò. “La volpe. E il piano dei cinesi è degno della furbizia di una volpe: andare sulla Luna per conquistare il mondo. Hai una vaga idea di cosa accadrà quando la volpe dimostrerà al mondo intero che sulla Luna non è mai stata piantata nessuna bandiera americana?”

Nessun complottismo

Diciamolo subito: non sono un complottista e non amo vedere del torbido dietro ogni zona d’ombra.
Quindi, per inciso, il piccolo racconto qui sopra è frutto della mia fantasia deviata 😛 .
Chi si diletta a scrivere sa che, quando scatta una mezza ideuzza, questa comincia a scalpitare finché non riesce in qualche modo a uscire dalla testa, anche solo sotto forma di un racconto breve. E le ideuzze, per stare in piedi, spesso e volentieri rispondono solo ai dettami della fantasia pura, fregandosene un po’ di quel che dice la realtà, giusto o sbagliato che sia. Poteva finire nel dimenticatoio, questa idea. Certo. Ma dopo un bimestre come quello che sta per concludersi, che ha visto il 3 gennaio il reale allunaggio della missione cinese Chang’e 4 (ebbene sì: la missione cinese esiste realmente…), l’eclissi totale di luna il 21 gennaio e la recente superluna lo scorso 19 febbraio, insomma l’ideuzza è tornata alla ribalta ogni volta che ho ammirato la luna in cielo. Senza contare il contributo involontario di mia moglie che ha pensato bene di regalarmi The First Man 😉 .
E dunque, eccola lì sopra l’ideuzza, libera di essere letta e, paradossalmente, libera di essere dimenticata nel mare magnum del web.

Finale alternativo

Il buon Michele ha fatto un commento qui sotto che, a mio modestissimo parere, merita la dovuta evidenza perché vederlo lì sotto tra i commenti non mi sembra di rendergli giustizia. Ecco quindi un finale alternativo o, se preferite, un brevissimo sequel del mio brevissimo racconto, preceduto da un mio paragrafo di “aggancio”.
“Nessuna bandiera americana?” Il funzionario sobbalzò sulla sedia. “Di che diavolo stai parlando?”
L’analista, prossimo alla pensione, dosò tutta la sua esperienza senza scomporsi. Inarcò il sopracciglio e squadrò il suo interlocutore. Doveva essere sulla cinquantina ma, a quanto pareva, non aveva ancora avuto accesso a tutti i dossier riservati.
Avrebbe dovuto specificare che la bandiera americana non era stata affatto la prima. Le verità scottanti erano ben altre e si chiese quanto potesse ancora rivelare ma, forse, era più opportuno cominciare a valutare le conseguenze dall’altra parte del mondo.
Il funzionario cinese si grattò la testa pelata e disse: “Questo è davvero un grosso problema”.
Hulj Jing era arrivato senza problemi nel sito di allunaggio di Apollo 11 e aveva trovato quello che, in effetti, tutti si aspettavano che trovasse: una bandiera americana sfilacciata dai raggi ultravioletti del sole e lanciata via dai gas di scarico del modulo che era ripartito verso la Terra. Era il resto, che aveva fatto alzare il livello d’allarme: poco più in là aveva trovato uno straccetto rosso che doveva essere stato senza dubbio una bandiera dell’ex Unione Sovietica, unito a una targa con incisa la firma di Gagarin e qualche parola in cirillico. Sopra, però, c’era uno scarabocchio in inglese. F**K, per la precisione. Era chiaro che la corsa alla Luna doveva aver visto gli americani solo secondi.
La domanda ovvia, a quel punto, fu: perché i russi non avevano detto nulla?
La risposta, meno ovvia, venne scoperta da Hulj Jing meno di tre ore dopo: a fianco del sito russo di atterraggio c’erano i siti in cui erano atterrate e ripartite almeno altre otto missioni russe. Razzi grossi, adatti al trasporto merci più che a quello di cosmonauti. Nel mezzo i resti, pochissimi ormai, per la verità, e inutilizzabili, di qualcosa che era palesemente di fattura non terrestre…

11 commenti su “La volpe sulla luna

  1. Bravo Darius! Mi piace davvero il racconto che hai scritto. E stavolta non ho neppure da eccepire riguardo il finale 😀 😀 😀

    1. Sarebbe un momento tragicomico. Come tutti i momenti in cui ci si accorge che la realtà supera spesso anche le fantasie più fervide. Spero solo di non fare la fine di Snowden… 😛

  2. Il funzionario cinese si grattò la testa pelata e disse: “Questo è *davvero* un grosso problema”.
    Hulj Jing era arrivato senza problemi nel sito di allunaggio di Apollo 11 e aveva trovato quello che, in effetti, tutti si aspettavano che trovasse: una bandiera americana sfilacciata dai raggi ultravioletti del sole e lanciata via dai gas di scarico del modulo che era ripartito verso la Terra. Era il resto, che aveva fatto alzare il livello d’allarme: poco più in là aveva trovato uno straccetto rosso che doveva essere stato senza dubbio una bandiera dell’ex Unione Sovietica, unito a una targa con incisa la firma di Gagarin e qualche parola in cirillico. Sopra, però, c’era uno scarabocchio in inglese. F**K, per la precisione. Era chiaro che la corsa alla Luna doveva aver visto gli americani solo secondi.
    La domanda ovvia, a quel punto, fu: perché i russi non avevano detto nulla?
    La risposta, meno ovvia, venne scoperta da Hulj Jing meno di tre ore dopo: a fianco del sito russo di atterraggio c’erano i siti in cui erano atterrate e ripartite almeno altre otto missioni russe. Razzi grossi, adatto al trasporto merci più che a quello di cosmonauti. Nel mezzo i resti, pochissimi ormai, per la verità, e inutilizzabili, di qualcosa che era palesemente di fattura non terrestre…

          1. Non farmi fare il complottista a tempo pieno, che sò negato a complottare… 😉

            Però lo ammetto: stanotte pensavo a un seguito. Tipo una missione privata gestita da una qualche fondazione occulta con finanziamenti privati…

            …ma ancora una volta la realtà mi ha, non dico superato, ma sicuramente anticipato in qualche modo:
            http://www.lescienze.it/news/2019/02/23/news/primo_lander_privato_corsa_luna-4306148/

            Sta diventando sempre più dura inventare di sana pianta: avanti di questo passo mi tocca fare il telecronista… 😀 😀 😀

  3. Io, per non sapere né leggere né scrivere credo a tutte le versioni, ai complottisti, ai revisionisti, ai realisti, ai racconti di Darius Tred, al finale alternativo di Michele Scarparo e a tutti quegli altri finali che, nel frattempo, volessero fare da alternativa all’’alternativa. 😉

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